È sempre un compito ingrato dover indicare, a fine anno, tra le decine di libri letti nei dodici mesi precedenti, pochi titoli da consigliare. Quando recentemente è stato chiesto a Massimo Cacciari “perché i grandi filosofi italiani sono tutti anziani?”, la risposta è stata, nel suo stile, secca quanto lucida: “forse perché lei non conosce quelli giovani”.

Iniziamo, dunque, la nostra breve lista di consigli di letture con il primo autore citato dal filosofo in quell’intervista, Marco Filoni, e con due suoi libri, diversi per spirito ma di pari interesse. Il primo, Anatomia di un assedio. La paura nella città (Skira) è un saggio di rara intelligenza e vastissima erudizione, fondato sul seguente assunto: interpretare la città “è un’operazione capace di dire molto più di quanto si possa immaginare”.

Ecco quindi Filoni accompagnare il lettore in un viaggio vertiginoso da Eraclito ad Hannah Arendt, dalla Mesopotamia del quarto millennio A.C. alla Parigi dell’Ottocento eternata nelle riflessioni di Walter Benjamin, dalla Città del Sole di Campanella al Panopticon di Jeremy Bentham, dalla polìs ideale di Platone alla rilettura di Hegel da parte del suo amato Kojève; il tutto per mostrare come da sempre la città sia “un luogo di paura”: “Non resta dunque che fare i conti con questa paura, nella nostra città, perché è la nostra paura”.

Un monito di evidente urgenza, nell’epoca miope dei porti chiusi e dei muri ai confini. L’altro libro, dal registro decisamente più leggero, è Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali (Italo Svevo), un adorabile inno al disordine inesorabile della propria biblioteca, alla sfida magnifica e impossibile presente in ogni traduzione e alla “procrastinazione strutturata” (come la definisce John Perry). Anche qui Filoni ci conduce con eleganza su una giostra intellettuale di altissimo livello (come solo nelle pagine più godibili di Roberto Calasso), in grado di deliziare tutti gli amanti della lettura.

Visto che siamo in tema di ossessioni letterarie, passiamo al “bibliopatologo” Guido Vitiello e al suo Una visita al Bates Motel (Adelphi). Se prima abbiamo citato Calasso, qui non possiamo non citare Elémire Zolla. Non alludiamo solo al raro pregio della prosa: è proprio lo sguardo, insieme rigoroso e paradossale, sull’opera più celebre di Hitchcock a suggerirci tale accostamento.

Partendo da un refuso rivelatore (Psyche invece che Psycho, nel primo trafiletto che annunciava il progetto cinematografico) e da un commento apparentemente incomprensibile del regista inglese (che definì il film “un’escursione nel sesso metafisico”), Vitiello si produce in un’indagine esoterica sui simboli in esso disseminati, raccogliendo una serie notevole di “verità segrete esposte in evidenza” (tornando a Zolla) e giungendo a una conclusione imprevedibile: il film che tutto il mondo ha scambiato “solo” per un capolavoro del thriller psicologico, è in realtà una rappresentazione occulta su pellicola dei misteri eleusini, una grandiosa allegoria sulla rimozione dell’aspetto femminile del divino nella cultura occidentale.

Tesi folle? Leggete e seguite l’excursus filologico di Vitiello, da Luciano a Canova, da Ficino a Baudelaire, dal Vecchio Testamento alla mitologia greca, da Eschilo a Sacher-Masoch, da Caravaggio a E.A. Poe e vi ritroverete, come il sottoscritto, a lettura compiuta costretti a pronunciare un ammirato: chapeau.

Unendo, in un provocatoria allusione alla dialettica hegeliana,i temi dei due libri precedenti, ovvero l’analisi della città come luogo di paura e la scoperta di un filo occulto di rivelazione esoterica nella contemplazione del terrore, si ottiene un libro refrattario a ogni sintesi: Remoria. La città invertita (Minimum fax) di Valerio Mattioli.

Un libro che per me, romano nato alla fine degli anni 70 e appassionato di controculture, rappresenta una sorta di “enciclopedia tribale”, ma che è ben di più: un maestoso monumento visionario alla “borgatasfera” di Roma, celebrata in un canto barocco e apocalittico come “rimosso dimenticato, il rovescio deforme della città di Romolo, dei re, degli imperatori, dei papi e della Roma quadrata con tutto il suo bagaglio di disciplinata sottomissione alla Legge e all’Ordine”.

Il libro, scritto a tratti quasi in una trance intellettuale artaudiana, è un peana a “l’inumano e lo scarto”, una litania luciferina all’eversione, un rituale blasfemo per accelerare la catastrofe imminente. Un libro assurdo, delirante, profondamente discutibile, a tratti disturbante. Perfetto, insomma, come consiglio di lettura natalizio.

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