L’incipit è folgorante. Immagini di sofferenza animale. Maiali, bestie, esseri viventi che urlano, straziati, amputati. Un ronzio di fondo proveniente dallo schermo di un pc. Lo svolgimento è tutto puntuto, scalettato, penetrante, per dar forma alla latente, sotterranea e ricorrente elaborazione di un lutto. Capacità vitale di Francesca Scotti (Bompiani) è il racconto della routine professionale della giovane avvocatessa Adele. Una che vince sempre anche difendendo quegli imputati accusati di maltrattamento animale. Ma qualcosa nel “privato” della ragazza va storto. E ci si mettono morettianamente il mare, l’acqua, le immersioni subacquee a far prorompere il racconto in tragedia. Romanzo succinto dalla scrittura laconica e algida, con una sospensione della protagonista sull’abisso oscuro tra destino e volontà. Del resto l’identità di Adele, una ragazza spigolosa, ordinata e scostante, lo richiede. E la Scotti ne disegna le traiettorie sensoriali con quelle sue brevi frasi descrittive che richiedono la tripartizione di sostantivi, aggettivi e verbi in un crescendo di cristallina essenzialità (“avvolta in un prendisole bianco, si stiracchia, sbadiglia, torna seria”; “intorno al sole è comparso un cerchio, sfuma in violetto, rosato, bianco”). Pochi salamelecchi emotivi, tanta fastidiosa distanza e incomprensione verso l’altro (dalla nonna materna la cui vita scema, dalla ragazzina orfana con cui crescere insieme, infine dallo scenario risolutore del tribunale). Capacità vitale è un’opera matura, distinta, intima, in un panorama di narcisi bizantinismi ipertrofici. Con un colibrì in copertina, come per l’altro romanzo di cui andiamo a parlare nella pagina successiva (Capacità vitale è comunque uscito un mese prima). Voto 7

Lo scaffale dei libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti, da Veronesi a McEwan

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