In Italia la disoccupazione giovanile supera il 25%, eppure le aziende non trovano professionalità legate all’informatica, nemmeno a pagarle. La popolazione fra i 20 e i 34 anni ha infatti considerato poco questo percorso di carriera. I motivi? Pregiudizi: di genere e di cultura. Per combatterli bisogna partire a scuola e unire la tradizione umanistica alla nuova lettura della realtà che offre il digitale.

Già da parecchi anni l’informatica è uscita dai laboratori dei programmatori per entrare nelle tasche di tutti, attraverso una tecnologia digitale sempre più capillare. Eppure, ancora pochi giovani scelgono di improntare su questa materia il loro percorso di studi, creando un pericoloso vuoto di figure professionali in un settore estremamente rilevante anche dal punto di vista economico. Da questa constatazione è partita la ricerca Perché i giovani italiani non studiano informatica?, voluta dalla testata giornalistica La Repubblica degli Stagisti insieme alla società di consulenza informatica Spindox, e presentata a Milano giovedì 19 dicembre. Di fronte a una disoccupazione giovanile e femminile sempre troppo elevata (almeno per un Paese fra i più sviluppati al mondo) e a una crescente difficoltà a reperire figure professionali nel mondo dell’informatica, la fondatrice della RdS Eleonora Voltolina e il co-fondatore di Spindox Paolo Costa si sono chiesti come spiegare, e auspicabilmente risolvere, questo mismatch.

I dati raccolti dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo con il supporto di Ipsos parlano chiaro: i giovani italiani non scelgono l’informatica perché nessuno li ha informati, su possibilità di lavoro e guadagno in primis, ma anche su quello che l’informatica fa veramente oggi. “Il dato su cui dobbiamo riflettere e agire con più urgenza”, afferma Voltolina, è quello che vede il 33,4% dei 2000 intervistati affermare che avrebbe scelto un’altra scuola superiore o un’altra università se qualcuno avesse spiegato loro che ogni anno la richiesta di professioni nel settore ICT cresce mediamente del 26%, con picchi del 90% per nuove professioni come Business Analyst e specialisti dei Big Data, e che queste posizioni prevedono contratti e stipendi molto superiori alla media”. La percentuale di “pentiti” cresce se a questa domanda rispondono le giovani donne italiane: una media del 36,1% tornerebbe sulla sua decisione di non studiare materie informatiche, con un picco del 43,5% fra le ragazze del Sud: “L’orientamento a scuola diventa cruciale sugli indecisi, cioè coloro che non avevano un’idea chiara delle possibilità e delle competenze richieste”, aggiunge Voltolina.

“Il nostro paese fa fatica a dare risposte al mondo dei giovani”, afferma Alessandro Rosina, professore di Demografia alla Cattolica e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo che ha esposto la ricerca: “Su questo mondo si riversano luoghi comuni e stereotipi che vanno smantellati”, almeno se si spera di agire concretamente sull’occupazione di giovani e donne. Secondo Costa di Spindox la ricerca dà indicazioni puntuali sul da farsi: “Da un lato, deve cambiare l’idea del “nerd” nel nostro immaginario e dobbiamo comprendere che l’informatica è uno strumento per tutte le professioni, non certo appannaggio solo di figure maschili e solitarie. È urgente quindi superare la contrapposizione di genere (maschile/femminile) e quella fra i percorsi scientifici e la tradizione umanistica che caratterizza la cultura italiana. Dall’altro, bisogna agire concretamente sulla scuola senza pensare, in maniera semplicistica, di risolvere il rapporto con l’informatica inondando i ragazzi di tablet. Piuttosto, bisogna fare da prestissimo Media Literacy, insegnando che cosa siano gli algoritmi e come funzionano i motori di ricerca e consentendo ai ragazzi di assimilare i paradigmi del digitale”. Cioè? “Dobbiamo insegnare ai ragazzi che il digitale consente di trasformare in numeri prodotti e servizi prima solo materiali e che questo permette di trasformare le nostre esperienze”. Dunque, dobbiamo accettare che il modo in cui si vive è cambiato e questo non può prescindere la formazione. “Di più – incalza Costa -. Dobbiamo accettare che in un mondo digitale la formazione ha smesso di essere una stagione della nostra vita ed è un’esperienza che ci accompagna ogni giorno. Proprio in questo, peraltro, informatica e competenze umanistiche si possono incontrare: l’umanista è in grado di passare da una conoscenza a un’altra conoscenza, mentre l’iperspecializzato di oggi è il disoccupato di domani”. E pronunciata da un laureato in Filologia Romanza che vive immerso nella tecnologia l’affermazione fa un certo effetto.

La palla a questo punto dovrebbe passare alle istituzioni, sperando che non si areni come spesso accade. La ricerca verrà presentata alla Camera il 30 gennaio prossimo e parteciperà all’incontro anche il vice ministro all’Istruzione Anna Ascani. Nel frattempo, conforta l’esperienza concreta che ha portato nel dibattito l’Assessora alla trasformazione digitale del Comune di Milano, Roberta Cocco, che ha trascorso 25 anni in Microsoft. “Le istituzioni hanno il dovere di coinvolgere tutti i cittadini nella trasformazione digitale e di diffondere il valore delle competenze Stem”, spiega a partire dagli esempi concreti del suo operato: “A Milano abbiamo avviato la Digital Week, ma soprattutto Stem in the city, che auspichiamo diventi una practice nazionale. Nella passata edizione ha visto coinvolti 14000 ragazzi e più di 100 scuole, fornendo in egual misura role model scientifici maschili e femminili e offrendo formazione a studenti, insegnanti e genitori”.

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