La mia laureata più famosa, Liliana Segre, continua a essere pietra d’inciampo e segno di contraddizione. Dopo la riunione dei 600 sindaci a Milano, il sindaco Pd di Pesaro, Matteo Ricci, l’ha candidata al Nobel per la pace. Lei, da Alba, cittadina delle Langhe che festeggiava il 70esimo anniversario della Medaglia d’oro al valor militare, ha detto la cosa giusta: “Bisogna dare i premi Nobel a chi li merita veramente, non a una cittadina molto più semplice come sono io”. Ineccepibile: le mie laureate sono tutte così, colgono immediatamente il punto.

Tutto è bene che finisce bene, dunque? Macché: per capire come questa vecchina irriducibile dia ancora fastidio, per il fatto stesso di esserci, ricordo un piccolo episodio avvenuto a Trieste giusto questa settimana. Mitja Gialuz, l’organizzatore della Barcolana, ha commentato così l’assenza del sindaco Roberto Dipiazza, destra-centro, alla riunione dei 600: “Trieste – ha scritto su Facebook – è la città della Risiera, l’unico lager nazista in territorio italiano. Trieste è la città in cui, nel settembre del 1938, sono state annunciate le leggi razziali. Trieste è la città che, per prima in Italia, nel 2008, ha conferito la laurea honoris causa in giurisprudenza a Liliana Segre. Trieste meritava di abbracciarla, ieri sera a Milano, assieme a 600 sindaci di ogni colore politico […] Ma non c’era nessuno a rappresentarci”.

E Mitja non ha detto tutto. A Trieste, a settembre, s’è costituito un comitato per il Nobel all’esperienza psichiatrica di Franco Basaglia, altro babau della destra. A Trieste, il 22 gennaio, si svolgerà Convivere con Auschwitz, l’annuale riflessione interdisciplinare dell’Università di Trieste sulla Shoah, sul razzismo e sull’antisemitismo. A Trieste, l’apertura dell’anno accademico prevede il conferimento della laurea honoris causa ad Andra e Tatiana Bucci, altre due sopravvissute della Shoah ancor più imbarazzanti per la destra perché istriane.

Come ha risposto il sindaco Dipiazza, degno rappresentante di un’amministrazione comunale che in tempi non sospetti ho candidato a ospitare il festival mondiale della gaffe? Da gaffeur provetto su Facebook ha scritto: “Dovevo ricevere l’ambasciatore americano o andare a Milano. Ai posteri l’ardua sentenza”. La sua risposta ricorda molto quella di Oscar Wilde quando qualcuno lo invitava: “grazie per l’invito, ma lasciatemi il tempo per trovare una scusa per non venire”.

Qualcuno si è persino chiesto se, a questo punto, non avrebbe potuto delegare il suo vicesindaco. Ma qui rispondo io, se il sindaco me lo permette: ve lo immaginate il vicesindaco, quello che butta via le coperte dei mendicanti, cosa avrebbe potuto combinare alla riunione di Milano?

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