“Pennello, china e macchina da scrivere”: sono i tre “attributi” con cui si identifica il lavoro di quel grande artigiano del cinema e fuoriclasse della cultura italiana che è stato Furio Scarpelli. Ed è anche il titolo della mostra che, nella ricorrenza del centenario della nascita, si inaugura oggi, 16 dicembre, alla Casa del Cinema di Roma. Figlio di Filiberto Scarpelli, giornalista e illustratore napoletano – fondatore tra l’altro del mitico Travaso delle idee e vignettista per molti giornali satirici del primo Novecento – Furio eredita la passione e l’arte del padre, diventando presto illustratore e vignettista a sua volta.

Al Marc’Aurelio incontra i compagni che diventeranno i colleghi di lavoro di una vita: Age in primo luogo, con cui farà coppia fissa per scrivere i titoli più significativi della commedia all’italiana, da I soliti ignoti alla Grande guerra, dai Compagni a L’Armata Brancaleone, da C’eravamo tanto amati alla Terrazza. Ma anche Fellini, Scola, Metz, Marchesi, Steno.

Soprattutto affina uno stile veloce, folgorante, una capacità di guardare la realtà in tralice, scoprendone il lato distorto e anche umanamente comico, quello che poi confluirà nel “suo” cinema. Intanto si nutre della grande letteratura dei classici, da Euripide a Cechov, riferimenti che torneranno costantemente nella sua attività di docente al Centro Sperimentale di Cinematografia, negli ultimi decenni della sua vita.

Il disegno lo tiene a battesimo in giornali come Il Balilla o La Piccola Italiana, oltre al Marc’Aurelio. E gli dà un ruolo preciso quando Furio, ormai nel Dopoguerra, si trova a fondare e dirigere Don Basilio, “settimanale satirico contro le parrocchie di ogni colore”, che gli attirerà le ire del Vaticano e degli ambienti democristiani dell’epoca.

Con il disegno, Scarpelli sviluppa una doppia vena, quella del caricaturista che coglie l’elemento dissonante in una faccia, in un corpo, in un atteggiamento, e quella del narratore, che invece lavora sulla lunga distanza, sulle storie a puntate e su personaggi più articolati: due linee che vantano illustri antecedenti, basterebbe pensare alle caricature di Umberto Onorato e alle storie di Sergio Tofano.

Poi il cinema lo recluta insieme ad Age, e sono i film per Totò quella palestra di scrittura fondata su facili schemi, situazioni farsesche, parodie. Ma sempre col guizzo intelligente, con l’arguzia linguistica, con lo sberleffo spiazzante. Questo è il periodo che Age chiamava del “neofalsismo“: finti agganci alla realtà del tempo – Totò cerca moglie, Totò cerca casa, Totò e le donne ecc. – per realizzare un cinema “da barricata”, realizzato in una manciata di giorni, prêt à filmer, per così dire.

Scarpelli tiene sempre il legame con il disegno e la caricatura, realizzando ad esempio i titoli di testa di Totò cerca moglie, o i ritratti di parenti, amici, colleghi, dei quali la mostra offre un ampio campione; oppure costruendo la graphic novel Passioni, recentemente ripubblicata. Anche i personaggi che costruisce per il cinema sono marchiati da questo sguardo visivo e sintetico: antieroi che non sanno adattarsi a una realtà che nel frattempo cambia a ritmi vertiginosi e si rifugiano in sogni, utopie, mondi tutti loro: sono Mostri, Soliti ignoti, Brancaleoni, personaggi dolcemente donchisciotteschi.

Non è un caso che il film con cui oggi la Casa del Cinema celebra il centenario di Scarpelli sia Ballando ballando di Ettore Scola, forse il film più vignettistico scritto da Furio: un film senza parole, fatto solo di musiche e di balli e tuttavia capace di riassumere la storia del Novecento proprio attraverso il ballo e i suoi personaggi improbabili, quelli da balera, brillantina e profumo d’accatto.

Questo sguardo sagace, raffinato e disincantato – che anima anche grandi epopee come C’eravamo tanto amati o affreschi amari come La terrazza, o ancora romanzi di formazione come Ovosodo – è forse il tratto più distintivo di chi ha cercato per tutta la vita di leggere la realtà contropelo mantenendo il sorriso sulle labbra.

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