Unicredit ha annunciato il taglio di 8mila posti di lavoro e di 500 filiali entro il 2023, di cui 5.500 soltanto in Italia. Vengono i brividi soltanto a pensare quale possa essere l’impatto della perdita del posto di lavoro per così tante famiglie.

Nell’era del lavoro precario e sottopagato, quello che si dimentica o non si dice è che i giovani, anche sposati, vengono sempre più spesso sostenuti dai genitori che hanno ancora il privilegio di un contratto di lavoro realmente “stabile” (cioè quello che si poteva avere prima dell’istruzione dell’articolo 18) e di una retribuzione decente. Nemmeno a dirlo, lo status tipico del lavoratore bancario.

Questo dovrebbe far comprendere come la perdita dei posti di lavoro non è soltanto una questione di numeri, ma molto altro. Se un padre di famiglia perde un contratto di lavoro stipulato 30 anni fa e ne sottoscrive uno di quelli disponibili oggi sul mercato, non è certo la stessa cosa, ossia non è uno scambio a somma zero, perché sia a livello monetario che in termini di altre forme di tutela esso ha perso tantissimo.

Quindi hai voglia oggi a sbandierare “l’aumento dei posti di lavoro” del trimestre o del semestre precedente: il disastro è nella qualità dei posti di lavoro, nella redistribuzione della ricchezza e nella capacità delle famiglie di fungere da ammortizzatore sociale per i giovani precari. Se Unicredit attuerà realmente un così consistente piano di esuberi, l’impatto sociale sarà molto più ampio di quello che i numeri possono far credere.

E’ ormai da qualche anno che la crisi si è imbattuta sui lavoratori del settore bancario: tra esuberi ed esternalizzazioni le banche, in special modo quelle di grandi dimensioni, hanno puntato ad uno snellimento della forza lavoro via via crescente. Questo è quello che sta accadendo anche in altri ambiti produttivi, tra piccole e grandi vertenze. Che paese saremo tra qualche anno?

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