“Dobbiamo tornare a fissare il nostro sguardo sulle formiche, per terra: lì c’è quello che non vediamo più, ma che è sempre sotto i nostri occhi e che costruisce la nostra identità. Invece, siamo troppo concentrati sul clamoroso”. Domenico Barrilà ha imparato questa lezione in un giorno lontano dei suoi 16 anni, mentre stava guardando da tutt’altra parte. Si trovava nel cimitero dove era sepolto suo padre, morto all’improvviso. Camminando, è inciampato in un rudere: ha scoperto così la tomba di Henriette, una bambina di quattro anni vissuta fra il 1879 e il 1883. All’apparenza, una vita lontana. In realtà, ricordi e ricerche metteranno in luce un legame profondo fra i due protagonisti, uniti da un filo che collega gli estremi del vecchio continente, Nord Europa e Sicilia. Barrilà, analista adleriano e saggista, ne scrive nel suo primo romanzo, La Casa di Henriette, edito da Sonda.

Racconto di una svolta autobiografica e al tempo stesso ricostruzione storica, il libro è ambientato in una Messina innominata (dove l’autore è nato) per gran parte del libro ripresa prima del terremoto del 1908: “Con il tempo, c’è stata una trasformazione antropologica radicale, che ha reso la Messina di adesso molto diversa da quella di allora. Per questo non la nomino mai: è ormai un mondo che non c’è più”, spiega l’autore. “Era un centro multiculturale, vivace e ricco. Un Sud che si mischiava. Da questo punto di vista mi ricorda la Milano attuale”. E la Messina di oggi? La ‘città dello Stretto’, come la chiama Barrilà nel romanzo, “è tutt’altro. Ma non voglio colpevolizzarla, non se lo merita: fra terremoti e guerre ha avuto una sorte molto difficile”.

Comunque sia, la città emerge come uno dei protagonisti del testo, che si relaziona con gli altri personaggi e ne determina le caratteristiche: “La mia formazione – adleriana – non riesce a scindere la figura dallo sfondo. L’ambiente sociale in cui siamo immersi ci forma e ci spiega. Quindi, nel romanzo, per me è stato naturale che luoghi e personaggi, in un certo senso, dialogassero”. Il protagonista – Domenico prima bambino, poi ragazzo – cresce in un quartiere popolare della città, fra difficoltà economiche, quattro fratelli e alcune (poche) figure di riferimento perse e poi ritrovate, come il maestro Michele. Per guardare oltre i ristretti confini della periferia siciliana, quando ancora non è necessario ritornare con lo sguardo per terra, sulle formiche, c’è il cinema: “Era il nostro digitale, ci aiutava ad uscire da noi stessi”. Poi, arriva Henriette: prima come rifugio dalla quotidianità, poi come traccia della memoria, infine come simbolo di un’identità nascosta: “Ma proprio perché era nascosta, mi ha costretto a cercare: per me è stata l’occasione per guardare ciò che è vicino, ma che non vediamo”.

La Casa di Henriette racconta l’approccio alla scoperta e alla conoscenza, che spesso si scinde dal linguaggio verbale: “Nominare rassicura ma non significa conoscere – scrive Barrilà nel testo – Ma forse era meglio così, in fondo l’indicibile era un caso particolare di infinito”. “Il nostro vocabolario è fatto di migliaia di parole, mentre le emozioni sono milioni. Molte delle cose che succedono dentro di noi cercano un nome e a volte non lo trovano, perché non sempre quel nome c’è – spiega – Ma questo è anche il fascino del vivere”. Dare un nome a tutto, quindi, rischia di essere “un’operazione riduzionistica”. Però, se Barrilà si trovasse davanti Henriette adesso, a distanza di anni, cosa le direbbe? “Le chiederei dove è andata a nascondersi, per tutto questo tempo”.

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