In questi giorni di pioggia incessante che mi ha accompagnata nei viaggi in varie regioni per incontri e dibattiti in occasione del 25 novembre, proprio mentre escono le notizie su come in Italia una parte dell’opinione pubblica ritenga la violenza maschile contro le donne una responsabilità da attribuire alle donne stesse, vi voglio parlare di un film appena uscito. Si chiama Light of my life, è una pellicola britannica scritta, diretta e interpretata da Casey Affleck, fratello minore del più noto Ben.

Light of my life è un film doloroso, struggente e perfetto per questi nostri tempi misogini e violenti, che attraverso la ben collaudata ed efficace chiave del racconto distopico descrive l’inadeguatezza del mondo maschile verso le donne, ma apre alla possibilità dell’esistenza di un diverso modello di virilità e di paternità.

Il film è molto poetico, crudo, essenziale e curatissimo nel mostrare una natura selvaggia e inospitale, l’ambiente ostile dove un giovane padre fugge con la sua bambina undicenne, accuratamente camuffata da ragazzino, per trovare un luogo sicuro nel quale affrontare con lei il delicato passaggio della pubertà, al riparo dagli occhi degli altri uomini: sulla terra, sei anni prima, quasi tutte le donne e le bambine sono state colpite da un virus che le ha decimate. Le poche sopravvissute sono quasi tutte segregate dagli uomini in bunker: è possibile che piccoli gruppi femminili siano scampati alla schiavitù sessuale e riproduttiva e abbiano trovato riparo dalla violenza predatoria degli uomini, ma le notizie sono vaghe e frammentate, ed è sulla base di questa incertezza che il padre lotta per portare la bambina lontano da quella che è ormai un vestigio di umanità.

Solo, e sempre più disperatamente ossessionato dalle regole necessarie per tenere al sicuro la figlia, questo padre e uomo in lotta contro i suoi stessi simili non si fa però piegare dal clima di paura che incombe su di loro: tiene viva la memoria della madre della bambina, che lei non riesce più a ricordare, nutre come meglio può la sua femminilità implume con lunghi racconti di coraggio e creatività femminile.

Mentre la cela agli occhi brutali degli altri maschi il suo sguardo di uomo e di padre è, al contrario, di aperto sostegno e di valorizzazione del genere della figlia, che protegge con amore e rispetto.
Il film è intriso di citazioni letterarie e cinematografiche attinte dall’universo della fantascienza: per chi avesse visto The road, Il racconto dell’ancella, I figli degli uomini o conoscesse il videogioco The last of us non sarà difficile ritrovare più di un cenno da questi precedenti libri o film.

C’è però, in questa pellicola (dove forse non a caso Elisabeth Moss, reduce dal successo della serie tv tratta dal libro di Margaret Atwood, è il cammeo materno), una grazia e una scelta di tempi, silenzi, sguardi e parole che lo rendono unico, commovente e fortemente politico. La giovanissima Anna Pniowsky, la figlia da salvare e proteggere, è un talento strepitoso, e il film è un testo assai prezioso per la formazione, soprattutto a scuola, contro la violenza maschile sulle donne per arrivare a ragionare di una nuova maschilità e di un nuovo orizzonte di rispetto ed empatia tra uomini e donne.

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