Che ci sia un gradiente di rosso, più o meno acceso nelle tonalità e nelle ideologie, è innegabile. Ma anche se di sinistra ci sarebbe bisogno in questo italico momento storico, se non altro per riequilibrare la spinta di destra verso un confronto più costruttivo, numeri alla mano nella scatola delle sardine non c’è solo il partitismo di sinistra che dal moderatissimo e quasi destroso Matteo Renzi va fino al comunismo più nostalgico.

Secondo l’ultimo sondaggio Swg per Tg La7 quella sinistra varrebbe intorno al 25%, massimo 30%, nelle intenzioni di voto degli italiani. Ma è bene sottolineare un passaggio: nelle intenzioni di voto degli italiani. Perché spesso, al momento di approcciarsi al segreto dell’urna imbracciando l’arma più potente, una matita, gli italiani si fermano appunto all’intenzione. Resta sommersa, o forse meglio sott’olio, tutta quella parte di Paese che al sondaggio di Swg non saprebbe che rispondere, incapace di riconoscersi in nessuna delle attuali proposte politiche.

Un banco di prova per i partiti impegnati nella pesca a strascico degli elettori, che a mio avviso si sta però riconoscendo in un altro banco, più fluido: quello delle sardine. Schiacciate nella piazze di Bologna e di Modena, presto in quella di Parma e più in generale nella latta dei gruppi social che al Nord come al Sud si aprono senza bisogno di apriscatole, ma anzi spontaneamente, c’è più dell’Italia che vota gli attuali partiti di sinistra. È un’Italia certamente inclusiva, mediamente giovane, probabilmente europeista e ambientalista.

Ma è difficile darle attributi in questo momento, men che meno un’ideologia, con ogni membro delle sardine pronto a immaginare che in quel mare di gente in piazza nuoti esattamente la sua stessa visione delle cose, della politica, del mondo. Nel branco, o in questo caso nel banco, ognuno tende a riconoscersi proiettandoci dentro se stesso. E qui sta la prossima sfida delle sardine: guardarsi dentro e non limitarsi a boccheggiare, ma anzi comprendersi. Non basta essere “anti” per esistere altrimenti si è costretti a tenere in vita il proprio avversario per poter vivere.

È già accaduto con un certo antifascismo, già successo con l’antiberlusconismo che ha prolungato la carriera politica del Cavaliere. Vi dirò di più: avere un “anti” ti rafforza, perché vuol dire spaccare la platea e i consensi, porsi come spartiacque, assoluto protagonista della scena. Nell’antisalvinismo c’è anche la forza di Matteo Salvini.

È ancora presto per certi discorsi, ma non così tanto. Al momento abbiamo un movimento che anche l’elettore di destra lungimirante e il nazionalista oggettivo non possono che valutare come apprezzabile. Migliaia di persone che si ritrovano per discutere di politica, che scendono pacificamente in piazza, che manifestano innanzitutto una coscienza critica e attenta alle sorti del Paese, sono un toccasana per quest’Italia, un sussulto insperato.

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