Nel novembre del 1966 il maltempo colpì molte aree del paese, compresa Venezia sommersa dall’Aquagranda. Molti fiumi veneti e trentini esondarono, ma fu l’alluvione di Firenze a scuotere il mondo. Una città d’arte, riconosciuta da tutti patrimonio universale, era stata inondata da metri d’acqua. L’impatto emotivo fu enorme.

Dopo l’alluvione piemontese del 1968 e con la ferita appena aperta di Genova (1970), la Commissione De Marchi, istituita ad hoc dallo Stato, licenziò un possente rapporto che metteva in luce le diverse sfaccettature del rischio alluvionale e di frana, di mareggiata e di valanga. “Un rapporto che viene citato perlopiù da quelli che non lo hanno letto”, come scrisse Andrea Rinaldo (Il governo dell’acqua, Marsilio).

Apparve qui, forse per la prima volta, l’aggettivo “idrogeologico”, inserito nel titolo del Capitolo V. Era la parte curata dalla sotto-commissione che si era occupata di frane e valanghe, presieduta da Ardito Desio, classe 1897, geologo ed esploratore che aveva diretto la spedizione italiana alla conquista del K2. Le ricette proposte dal rapporto erano varie, articolate e complesse. Forse a causa della presenza di un professore d’Idraulica come presidente, per di più milanese, se ne propagandò a torto soltanto l’approccio ingegneristico, poi caduto in disgrazia tra la gente comune per via di una distorta interpretazione della sostenibilità ambientale. E, per contro, valorizzato a senso unico dai cultori delle cosiddette grandi opere.

Lo scenario dei giorni scorsi ha fatto balenare un possibile disastro alluvionale simile a quello del 1966, con Venezia e Firenze ancora protagoniste. Per fortuna, la sfida della natura è stata, seppure di poco, in tono minore. Gli eventi hanno comunque permesso di capire che cosa è cambiato, dal 1966; e ciò che non lo è. Se nel caso di Venezia posso tranquillamente rimandare il lettore a un post di tre anni fa, riservandomi di tornare sull’argomento in futuro, la piena dell’Arno dimostra che la pericolosità è stata un bel po’ ridotta e la capacità nell’affrontare le situazioni critiche parecchio rafforzata. Le opere idrauliche non sono inutili, se ben progettate ed eseguite. La gestione avanzata del sistema, dalle fasi di preannuncio e allertamento in poi, è un valore essenziale e indispensabile.

A Firenze, l’abbassamento delle platee dei Ponti Vecchio e Santa Trinita – primo intervento d’urgenza dopo l’alluvione di Firenze, iniziato nel giugno 1977 e finito nel novembre 1980 – ha migliorato l’officiosità idraulica del tronco cittadino dell’Arno da meno di 2.500 a 3.200-3.400 metri cubi al secondo. Le platee sono quelle solide soglie di pietra che, attraversando tutta la larghezza dell’alveo, formano un piano regolare sul quale si immorsano le pile dei ponti. Un elemento importante, giacché Leon Battista Alberti annotò che “a questo proposito i migliori architetti usano collocare un’unica base del ponte che, con un sol tratto, abbraccia l’intera sua lunghezza”. Ribassando di un metro ambedue le platee, l’intervento ha dimezzato la pericolosità idraulica su un orizzonte trentennale. Domenica scorsa, il picco ha superato i 2.000 metri cubi al secondo senza fare danni, così come era già accaduto 27 anni fa.

A Pisa ci sono stati tre interventi. Il primo ha riguardato la messa in funzione dello scolmatore, opera ancora incompleta nel 1966 nonostante la costruzione fosse stata decisa nel 1954 in seguito alla inondazione del 1949. Nel basso Valdarno sono state poi aperte con tempismo le paratie della cassa di espansione dei Piaggioni a Roffia, consegnata il 6 novembre 2019 dal Comune di San Miniato alla Regione Toscana. Infine, sui parapetti dei lungarni pisani la Protezione Civile ha innalzato i “panconcelli”, ossia le paratie temporanee che aumentano l’officiosità idraulica in ultima istanza. Questa volta, i sovralzi arginali si sono rivelati superflui, poiché la cassa di laminazione e lo scolmatore hanno lavorato egregiamente, ma nel 2014 (dapprima il 29 gennaio e poi l’11 febbraio) i panconcelli avevano evitato danni per un centinaio di milioni di euro.

La combinazione di opere idrauliche, strumenti avanzati di gestione del rischio in corso d’evento e tecniche di “flood proofing può ridurre l’impatto degli eventi estremi. Lungo l’Arno e i suoi versanti c’è ancora parecchio da fare, forse non nella direzione della costellazione di dighe proposte da alcuni tecnici del secolo scorso, ma con maggior flessibilità e sostenibilità. Dal 1966, comunque, la Toscana ha migliorato sensibilmente la propria resistenza nei confronti delle alluvioni dell’Arno e fatto parecchi passi in avanti in tema di resilienza.

Incolpare i cambiamenti climatici della nostra impreparazione ad affrontare la sfida idrogeologica è del tutto fuorviante. Un alibi regalato agli ignavi. Così come ignorare la sfida del riscaldamento globale, che a medio e lungo temine farà davvero sentire i suoi effetti. La strada giusta per far fronte alla sfida è una intelligente politica di adattamento, come parecchie città hanno già intrapreso da tempo, sostituendo al tradizionale approccio top-down una filosofia bottom-up. E non dimenticare che solo una profonda rivoluzione energetica potrà attenuare il riscaldamento e mitigare gli effetti a lungo termine di un clima sempre più caldo.

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