Doveva essere la risposta europea ai dazi americani sull’acciaio. Un “meccanismo di salvaguardia” che avrebbe protetto l’industria siderurgica del vecchio Continente. Ma almeno nella prima fase non ha impedito che le acciaierie di tutta Europa venissero schiacciate dalla concorrenza di prodotti esteri a basso costo. In base ai dati Eurostat elaborati da Ilfattoquotidiano.it, nel 2018 le importazioni dalla Turchia sono aumentate del 60 per cento in Italia, del 49 per cento in Spagna e sono più che raddoppiate in Belgio. Un boom analogo l’hanno registrato ferro e acciaio provenienti da Russia, Serbia e Taiwan, con la conseguenza che l’import in tutta l’Ue è schizzato l’anno scorso a +9,2%, mentre nello stesso periodo la produzione interna scendeva dello 0,3 per cento. Nel 2019 la tendenza ha iniziato ad invertirsi, ma il timore è che le regole appena riviste da Bruxelles non siano ancora sufficienti a garantire la ripresa.

Cosa prevede il meccanismo di salvaguardia europeo
A dare una forte spallata alla crisi del siderurgico europeo – che dalla Polonia all’Italia sta mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro – è stata la decisione di Donald Trump di introdurre dazi al 25% sulle importazioni di acciaio, con l’obiettivo di difendere la produzione interna. Una missione che dal suo punto di vista può dirsi riuscita: secondo il dipartimento del Commercio americano nel giro di 12 mesi l’acciaio turco destinato agli Usa è calato del 76%, quello russo si è praticamente dimezzato (-42 per cento). Per evitare contraccolpi l’Unione europea ha subito reagito con un meccanismo entrato in vigore nel luglio del 2018 e diventato strutturale a inizio 2019. In sostanza consente l‘ingresso gratuito in Ue di merci dall’estero solo fino al raggiungimento di una certa soglia, calcolata in base alle importazioni degli ultimi anni. Una volta superata – ogni categoria di acciaio ha la sua – scattano le imposte al 25 per cento. Per non strozzare la potenziale crescita dei flussi commerciali, però, la Commissione ha previsto che il tetto alle importazioni “libere” cresca a intervalli regolari del 5%. Solo di recente si è deciso di rallentare il ritmo della liberalizzazione al 3%.

Il boom dell’acciaio turco e le previsioni per il 2019
Il risultato? Nel 2018 le importazioni di ferro e acciaio turco in Ue sono passate da 4,9 a 7,6 milioni di tonnellate, per un valore complessivo di quasi 5 miliardi di euro. La stessa cosa è avvenuta con la Russia (da 10 a 12 milioni di tonnellate) e con Taiwan (+40 per cento). Ma è il nostro Paese a pagare il conto più salato, dal momento che proprio qui finiscono gran parte dell’acciaio e del ferro in arrivo dai Paesi extraeuropei. Nel giro di un anno la Turchia è diventata uno dei principali fornitori delle aziende italiane, superando colossi come Cina e India. Il trend sembra confermato anche nel 2019 (+42 per cento nei primi 7 mesi), ma non nel resto d’Europa dove è registrata un’inversione di marcia. “Le importazioni da Paesi terzi sono diminuite considerevolmente nel secondo trimestre (del 19%)”, fa sapere l’Associazione europea dell’acciaio Eurofer. Eppure “i rischi relativi alle distorsioni delle importazioni e alla continua sovraccapacità globale continueranno probabilmente a minare la stabilità del mercato siderurgico dell’Ue”, specie se si pensa che “il consumo reale di acciaio continua a calare”. Secondo le previsioni, il 2019 dovrebbe chiudersi con un -0,5%.

Appello all’Ue per cambiare le regole. L’esperto: “È una scelta politica”
Per favorire la ripresa del mercato (che gli analisti intravedono già nel 2020), Bruxelles ha appena corretto alcune storture del suo sistema di salvaguardia. Ma secondo molti, dalla Federazione tedesca dell’acciaio alla ministra dell’Industria spagnola Reyes Maroto, fino al presidente della regione Toscana Enrico Rossi, non è ancora abbastanza. I tempi per un nuovo intervento da parte della neo presidente Ursula von der Leyen in realtà non sono lunghi come si potrebbe pensare. La barriera europea è stata varata con un “regolamento di esecuzione” che per essere modificato richiede non più di 3 mesi. Oltre al fatto che nel testo è prevista persino una clausola di riesame pensata proprio per poter adeguare i contingenti tariffari all’effettivo andamento del mercato. “È una scelta esclusivamente di natura politica”, aggiunge Carlo Mapelli, docente di Siderurgia e impianti siderurgici al Politecnico di Milano. “Spetta al legislatore decidere dove piazzare l’asticella”, cioè se favorire “chi usa l’acciaio o chi lo produce”. Nel primo caso, conclude, “si cerca di tutelare la competitività di diversi settori”, mentre nel secondo “si tutelano migliaia di lavoratori, oltre ai profitti. Bisogna trovare il giusto equilibrio”.

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