“Le commesse? Ci sono eccome. La verità è che stanno prendendo il nostro portafoglio clienti per portarlo in altri impianti”. Nel giorno in cui anche la procura di Taranto ha aperto un’inchiesta sull’addio di ArcelorMittal all’ex Ilva, i sindacati mettono in dubbio la motivazione con cui il gruppo franco-indiano ha motivato quella che sarà la prima tappa del piano di spegnimento degli impianti comunicato giovedì. Cioè la chiusura, già dal 26 novembre, del treno nastri 2, impianto che trasforma le bramme d’acciaio nei laminati piani (coils) che sono il fiore all’occhiello del siderurgico tarantino. Chiusura “per mancanza di ordini”, secondo Arcelor.

Ma Francesco Brigati della Fiom Cgil Taranto al fattoquotidiano.it dice che “non è pensabile che l’azienda non abbia più ordini. Semmai stanno portando altrove le bramme di Ilva”, cioè i semilavorati da cui vengono ricavate le lamiere. La pensa allo stesso modo Carlo Mapelli, docente di Siderurgia e impianti siderurgici al Politecnico di Milano. “Ci si era illusi che per tutelare Taranto ArcelorMittal avrebbe chiuso altre linee di produzione europee”, spiega. “Invece si sta realizzando l’opposto”.

Chiudere il treno nastri vuol dire interrompere tutta la produzione della fabbrica”, aggiunge Tommaso Sandrini, presidente di Assofermet Acciai che rappresenta le imprese italiane del commercio, della distribuzione e della prelavorazione di prodotti siderurgici. Dal suo punto di osservazione la scelta non sembra giustificata se si guarda all’intera filiera. È vero infatti che il settore auto, uno dei principali destinatari di questi “fogli”, non gode di buona salute. Ma “la general industry, quella che comprende l’agricolo, l’illuminazione, gli apparecchi meccanici, non registra un calo analogo”. Detto questo, ci tiene a specificare Sandrini, è comprensibile che l’azienda “stia andando verso lo spegnimento, vista l’assenza di immunità penale e i procedimenti in corso”.

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