In Sudamerica il fútbol e la politica vanno spesso a braccetto. Non solo a queste latitudini diversi ex calciatori si sono calati nell’agone politico sfruttando l’enorme popolarità del pallone, ma anche molti uomini d’affari hanno usato il calcio come trampolino di lancio per raggiungere le più alte vette istituzionali, passando dal presiedere un club a governare una nazione intera. Prendete ad esempio il curriculum del presidente cileno Sebastian Piñera, l’uomo più contestato del momento nel Paese transandino: tra le altre cose, dal 2006 al 2010 è stato l’eminenza grigia alle spalle del Colo Colo, il club più blasonato del Cile. La liaison tra Piñera e il Cacique non è nata per amore, ma per pura convenienza politica, all’indomani della cocente batosta elettorale rimediata alle presidenziali del 2006. È stato in quel momento che il fratello Miguel Piñera, detto El Negro, gli ha dato un consiglio prezioso, suggerendogli di tuffarsi nel fútbol per sfruttarne la vasta eco mediatica nella speranza di guadagnare punti in termini di popolarità. Per far si che la strategia risultasse efficace, però, non bastava una squadra qualunque, ma bisognava puntare in alto, anche a costo di un “tradimento”. Piñera da ragazzo teneva per la Universidad Católica, ma se vuoi spostare consensi in Cile devi puntare sul cavallo del Colo-Colo, l’equipo más popular.

Per Miguel non è stato troppo difficile convincere il fratello a cambiare fede, spingendolo a diventare il maggior azionista individuale della Blanco y Negro, la società per azioni alle spalle del Colo Colo: “Quando andavamo in giro per il Paese facevo un gioco con la gente. Chiedevo: chi tiene alla Universidad Católica? Si alzavano 10 mani. Chi invece tifa per la Universidad de Cile? Di mani ne spuntavano 30. Infine, chi è del Colo Colo? Si sollevavano 50 mani. Cosi gli dicevo: se vuoi diventare presidente devi essere colocolino”, ha confessato in un’intervista a Más Allá del Fútbol. Piñera, comunque, almeno formalmente non è mai diventato presidente del Colo Colo, ma immaginare che i successi del Cacique di quegli anni (4 titoli nazionali più una finale persa in Copa Sudamericana) non gli abbiano giovato anche in termini elettorali appare un’operazione piuttosto complicata. Di certo la pensano così i tifosi degli albos, che lo hanno accusato di usare il club a fini politici, costringendolo nel settembre del 2010 a disfarsi di tutte le azioni per un controvalore di 7,4 milioni di dollari. Una rinuncia tutto sommato indolore per Piñera: le mani sul suo personalissimo Graal, dopotutto, le aveva allungate qualche mese mese prima, quando era uscito dalle urne, riuscendo a farsi eleggere presidente della Repubbblica. Nove anni più tardi, però, la sua popolarità è precipitata ai minimi storici, come testimonia il clima presente negli stadi cileni, dove il il coro “chi non salta è un Piñera” ha unito in questi giorni le tifoserie delle tre grandi di Santiago.

Meglio comunque non se la passa in Argentina nemmeno il suo grande amico ed estimatore Mauricio Macri, sconfitto alle recenti elezioni presidenziali dal peronista Alberto Fernández. Oltre al momento particolarmente delicato, le ambizioni politiche e la collocazione in un’area di centrodestra, Macri ha in comune con il suo collega cileno anche il background fútbolero: prima di essere eletto presidente della Repubblica nel 2015, infatti, l’inquilino della Casa Rosada era stato presidente del Boca Juniors. Non una squadra qualunque. E non solo per mistica e blasone, ma soprattutto in termini di bacino d’utenza e di fanbase: per dire, in uno dei suoi slogan più famosi, quello che recita la mitad más uno, il club azul y oro si vanta di possedere più della metà dell’intero totale dei tifosi argentini. Nei suoi oltre dieci anni di gestione xeneize, Mauricio Macri si è impegnato nella ricostruzione della Bombonera, ma soprattutto ha inaugurato un ciclo di vittorie forse irripetibile, diventando il presidente più titolato della storia boquense: sotto la sua gestione, il Boca Juniors ha dettato legge in Sudamerica e conquistato qualcosa come 17 titoli, di cui 11 internazionali.

Fiondarsi nel mondo del calcio e insinuarsi nel dibattito dei tifosi offre un innegabile aiuto in prospettiva elettorale. Ne sa qualcosa anche Horacio Cartes, presidente del Paraguay fino ad un anno e mezzo fa, ma in precedenza dirigente sportivo di discreto prestigio. Patron del Grupo Cartes, un mega conglomerato con tentacoli allungati un po’ dappertutto nell’economia paraguagia, l’ex presidente del Partido Colorado è stato per diversi anni il direttore tecnico di tutte le selezioni nazionali guaraní, ma in ambito calcistico il suo nome resta indissolubilmente legato a quello del Club Libertad di Asunción. Dalle parti della Huerta, com’è soprannominata la cancha (il campo) del Libertad, lo ricordano ancora con nostalgia. E non potrebbe essere altrimenti: nel 2001 Cartes ha rilevato il Gumarelo in seconda divisione, dov’era precipitato per la prima volta tre anni prima, e nel lustro successivo lo ha portato a conquistare tre titoli nazionali, con la chicca di una semifinale di Libertadores raggiunta nel 2006. A pensare che nel 1905 il club era stato fondato da un gruppo di giovani arrivati ad Asunción per rovesciare il governo del Partido Colorado, proprio quello con cui Cartes ha fatto poi fortuna in politica, tutto questo sembra essere uno strano scherzo del destino.

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