Qualche giorno fa ho trovato sugli scaffali di una libreria il saggio Per una polizia nuova. Il movimento per la riforma della Pubblica Sicurezza (Viella, 2019). L’autore, Michele Di Giorgio, collaboratore di ricerca presso le Università di Pisa e di Siena, regala al lettore un rigoroso studio sulla riforma della Polizia di Stato. La sindacalizzazione (con molti limiti) dei poliziotti partì dopo oltre un decennio di rivendicazioni interne.

La battaglia per una “polizia nuova” si svolse nei radiosi anni Sessanta e Settanta, quando il “popolo” coltivava ancora progetti di palingenesi sociale. Allora, le istanze di cambiamento attraversarono anche le istituzioni più chiuse come l’Esercito e le forze dell’ordine. Nel corpo delle Guardie di pubblica sicurezza le paghe basse, l’addestramento inadeguato e la mancanza di democrazia rendevano la vita degli agenti tanto difficile da compromettere seriamente l’efficienza dell’organizzazione.

Così “smilitarizzazione, riforma e sindacato” divennero le parole d’ordine del “movimento dei poliziotti democratici” che, dopo una prima fase di vera e propria clandestinità e di repressione, riuscì a coinvolgere in un intenso dibattito pubblico i sindacati confederali, i partiti politici e la stessa collettività. Poi arrivarono la legge 121 del 1981, la smilitarizzazione e il processo di sindacalizzazione che tuttavia, secondo Di Giorgio, delusero in larga parte le aspettative dei poliziotti.

Ebbene, volendo tracciare qui un parallelo col tardivo processo di sindacalizzazione delle polizie a ordinamento militare (e di tutte le Forze armate) che si sta realizzando oggi, dopo quarant’anni, è evidente che esso nasce in un clima molto diverso, in una società anestetizzata, lontana anni luce dall’attivismo degli anni Settanta. Nell’aprile del 2018 piove dal cielo una sentenza della Corte costituzionale, accolta con surreale indifferenza persino da gran parte degli stessi militari.

Oggi, a oltre un anno da quella pronuncia, manca ancora un dibattito pubblico (e interno) su un tema così importante. Forse perché non c’è consapevolezza dei benefici che la società potrà trarre da un vero processo di democratizzazione: più democrazia in caserma significa più trasparenza, più efficienza, più sicurezza per i cittadini. Latitano ancora i sindacati, non pervenute le segreterie dei partiti. Certo non è sufficiente lo sforzo che stanno facendo, con le loro energie limitate, le neonate organizzazioni sindacali sorte dopo il via libera dell’ex ministra Elisabetta Trenta.

Ma quali possono essere le conseguenze di questa disattenzione collettiva? Dal un lato, si rischia che il Parlamento approvi una normativa insoddisfacente, o persino incostituzionale, in linea con l’orientamento di chi ha interesse a conservare un mondo militare “separato”. Dall’altro c’è il forte pericolo che, in un ambiente completamente privo of course di una tradizione sindacale, nascano piuttosto dannose corporazioni autoreferenziali, chiuse verso l’esterno, pronte a difendere il personale sempre e comunque, finanche giustificando abusi e condotte irregolari.

Dunque, se la posta in gioco è così alta, bisogna fare tutto il possibile perché fiorisca finalmente una riflessione seria sul sindacalismo militare e sui limiti costituzionalmente accettabili che la legge dovrà stabilire. Questo vuoto non può che essere colmato con il contributo decisivo delle forze progressiste di questo Paese, di Cgil, Cisl e Uil e del mondo accademico.

Io che sono nato nella terra di Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista che seppe collegare le rivendicazioni operaie al bene di tutta la società, vorrei ascoltare parole incoraggianti magari proprio dal segretario generale Maurizio Landini! Attendo fiducioso.

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