Lo dico subito senza mezzi termini. Il racconto che la tv fece trent’anni fa della caduta del muro di Berlino fu, a mio parere, soprattutto un’occasione mancata. O meglio lo fu quello rispetto a ciò che la caduta del muro rappresentò. Quello che accadde quel 9 novembre, infatti, con l’abbattimento molto spettacolare del muro, il passaggio festoso dei berlinesi da un settore all’altro della città, le manifestazioni di giubilo per la fine di un regime oppressivo, fu soltanto l’inizio di un processo molto ampio che portò i paesi governati da sistemi di “socialismo reale” e controllati dall’Unione sovietica ad assumere forme, sia pure vaghe e precarie, di democrazie occidentali, parlamentari in cui si potesse sviluppare un’economia di tipo capitalistico. Un fenomeno enorme che da Berlino si trasmise alla Polonia, alla Cecoslovacchia, all’Ungheria, alla Romania e Bulgaria e nel giro di qualche mese alle stesse repubbliche sovietiche.

La tv italiana, che in quel momento non aveva ancora la varietà di offerte che oggi conosciamo (nessuna rete all news, reti commerciali ancora prive di telegiornali) coprì con grande partecipazione ed entusiasmo gli aspetti più clamorosi del fenomeno. Tg, dirette e talk seguirono gli sviluppi politici di quel clamoroso e improvviso fenomeno, ovviamente visto come un felice momento di vittoria della civiltà e del progresso, ne analizzarono le ragioni, ne ripercorsero le tappe, le premesse, nascoste in un passato che era rimasto per lungo tempo oscuro, si lanciarono in previsioni sul futuro di un quadro internazionale che cambiava completamente, in una direzione molto più positiva, libera dai conflitti della guerra fredda. Poi, una volta terminata la fase acuta delle manifestazioni di piazza, delle esplosioni di gioia popolare, dell’abbattimento dei simboli del regime, l’attenzione televisiva si spense progressivamente.

E qui c’è il motivo della delusione per un’occasione mancata.

Perché il comunismo fu un certo un regime politico, frantumato insieme con il muto di Berlino, ma fu soprattutto un sistema economico basato sull’abolizione della proprietà e dell’impresa privata e sulla collettivizzazione dei beni gestiti unicamente dallo Stato. Ora, nel passaggio di tutta quella consistente parte dell’Europa da una lunga esperienza comunista a un’economia liberale, la cosa più interessante sarebbe stata osservare questa trasformazione da vicino, in concreto, come la televisione può, se vuole, fare meglio di ogni altro mezzo. Sarebbe stato interessante capire per esempio, come veniva privatizzato il patrimonio immobiliare, a chi andava la proprietà delle case un tempo assegnate alle famiglie con gravi ristrettezze, a chi la proprietà degli esercizi commerciali che in epoca comunista non riuscivano a garantire un’adeguata circolazione delle merci, a chi e per quali vie veniva affidata la gestione delle scuole un tempo appannaggio esclusivo del partito, come cambiavano i contenuti dell’istruzione, dell’informazione e così via.

Di tutto questo, di questa rivoluzione che dal 9 novembre di trent’anni fa ha coinvolto milioni di cittadini europei, non si è detto quasi nulla.

Ecco le tv che, in questi giorni, volessero celebrare degnamente il trentennale di quella storica data potrebbero cercare di colmare questa lacuna. Certo, è molto più difficile che riproporre le solite immagini o organizzare il solito dibattito tra politici ed esperti, ma sarebbe un vero approfondimento e un vero contributo alla conoscenza e alla cultura.

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