di Paolo Bagnoli

Il voto dell’Umbria ha rappresentato la presentazione della mozione di sfiducia per il governo il quale, peraltro, come ci dicono le questioni della legge di bilancio e le polemiche di contrasto tra Pd e 5Stelle, sembra fare ben poco, anzi niente, per darsi coesione politica.

Nato in quanto necessario e non per necessità, esso doveva cambiare da subito pagina rispetto alla stagione salviniana; in primo luogo, il clima politico generale che è quanto, poi, determina la percezione di come stiano andando le cose prima ancora della specificità degli atti che esso compie. Si dice di aspettare il voto prossimo in Emilia-Romagna per capire se la baracca del Conte 2 resterà in piedi, ma tutto fa intendere, al di là di quello che sarà l’esito delle elezioni emiliane – ai sondaggi ultimi la destra a trazione salviniana è sei punti avanti – che una compagine già in crisi dopo appena due mesi di vita, passando il tempo, ha buone possibilità di vedere un aumento della crisi che non il suo superamento.

Le analisi in questi giorni si sono sprecate; qualcuno si addirittura azzardato a sostenere che, andando a vedere bene, i 5Stelle hanno cambiato nei fatti natura e atteggiamento; che, insomma, si stanno istituzionalizzando. Forse i nostri occhiali sono diversi poiché ci sembra che i 5Stelle vivano la situazione di tutti i movimenti; ossia, l’impossibilità genetica a divenire diversi rispetto a quanto ha permesso loro di esistere. I movimenti si presentano, fanno il loro corso, ma sono come prigionieri di se stessi e della loro natura.

Dopo un certo periodo di tempo che nessuno può calcolare, dopo aver fatto per di più danni, cominciano a decadere da quando, per le più varie ragioni, trovano a doversi muovere in un terreno di gioco che non è il loro. Frutto ultimo della stagione dell’antipolitica iniziata col dipietrismo, catapultati dalle platee dei Vaffa al governo del Paese, i 5Stelle non si sono posti il problema delle responsabilità che gravavano su di loro, continuando beatamente nell’annuncismo ribellistico antisistema senza nemmeno provare a configurare un nuovo sistema.

Con la velocità con la quale erano ascesi stanno discendendo. Le cronache che emergono dai loro conflitti interni sono solo chiacchiericci di gente arrogante e smarrita che non sembra rendersi conto di quello che sta succedendo; vorrebbe solo non succedesse e cerca qualche strada perché, appunto, non possa succedere.

Privi come sono di ogni cognizione della politica – che è, non va dimenticato, quanto attiene alla vita dello Stato e della società – senza nessun pensiero degno di questo nome, sono solo il frutto sublimato del lungo vuoto democratico nel quale l’Italia è immersa da un quarto di secolo e, al pari di tutti i ribellismi plebei, hanno dentro un po’ di tutto, ma soprattutto una prevalente anima di destra, sovvertitrice dello spirito costituzionale dello Stato democratico. Per questo si trovavano tanto bene con la Lega che esprime gli stessi sentimenti anche se, in alcune aree del Paese, può vantare un insediamento sociale consolidato.

Il Pd sembra oramai consolidarsi in una dimensione attorno al 20%, non sapendo bene che cosa sia e non avendo nessun blocco sociale cui riferirsi, sbanda, subisce, astrologa su ipotetiche intese strategiche e non riesce a imprimere all’azione di governo un segno proprio significativo. I 5Stelle scendono e il Pd sembra giunto al malinconico viale del tramonto.

Nelle elezioni emiliane il Pd gioca tutto se stesso, ma anche se non dovesse perdere si tratterebbe solo di una tenuta, non certo di una ripresa con slancio. Ma come può funzionare un governo composto da una forza così volgarmente antisistema e un partito che non è mai riuscito a essere tale e a sapere che cosa veramente volesse fare? Risultati positivi non ve possono essere e se, fino a qualche tempo fa, si pensava ancora che il sistema potesse essere, in qualche modo, recuperato, ora occorre una riflessione più ampia, approfondita e coraggiosa.

Occorrerebbe, se ci si rendesse conto della gravità del nostro quadro pubblico, che la democrazia repubblicana uscisse dai “retroscena” e tornasse a calcare la “scena”. Il copione da scrivere non sarebbe poi così difficile, ma non si vedono né gli autori né la compagnia che lo potrebbe rappresentare.

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