Le donne possono viaggiare e guidare e Mohammed bin Salman (nella foto) ha creato un settore dell’intrattenimento. Ma le riforme attuate dal principe ereditario “sono state accompagnate da un inasprimento della repressione e da pratiche oltraggiose“, come le detenzioni arbitrarie prolungate, “con l’obiettivo di mettere a tacere dissidenti e critici”. Human Rights Watch, in un rapporto di 62 pagine dal titolo The High Cost of Change: Repression Under Saudi Crown Prince Tarnishes Reforms‘ traccia un bilancio del cammino di cambiamento in Arabia Saudita, basato su interviste dal 2017 con attivisti e dissidenti, documenti del governo e giudiziari, nonché sul monitoraggio dei media sauditi e dei social media.

La stessa Arabia Saudita, che è il più grande produttore di petrolio al mondo, dove Matteo Renzi è andato il 31 ottobre per partecipare alla “Davos del deserto” con “i capi di alcune delle più grandi banche e industrie di armi del mondo”. E che il leader di Italia viva ha definito “una superpotenza, non solo nell’economia, ma anche nella cultura, nel turismo, nell’innovazione e nella sostenibilità”. Anche se proprio la compagnia energetica pubblica di Riad, la Saudi Aramco, ora quotata nella Borsa nazionale, è in testa alla lista dei gruppi mondiali che in 50 anni hanno causato il 35% delle emissioni globali.

Il dossier, a più di un anno dall’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul, documenta “pratiche arbitrarie e oltraggiose messe in atto da parte delle autorità saudite nei confronti di dissidenti e attivisti dalla metà del 2017″ e la “totale” impunità per i presunti responsabili degli abusi. Secondo il Guardian, che ha analizzato il rapporto, quest’anno sarebbero almeno 20 gli arresti arbitrari. Anas al-Mazrou, docente della King Saud University, è stato arrestato a marzo per aver parlato in pubblico a Riad degli attivisti per i diritti delle donne detenuti. Secondo Hrw, alcune delle persone arrestate nella maxi retata anticorruzione sono ancora detenute, senza mai essere state incriminate né processate, come nel caso di Turki bin Abdullah, figlio del defunto re Abdullah ed ex governatore di Riad. “Re Salman e il principe ereditario Mohammed bin Salman dovrebbero introdurre nuove riforme volte a garantire che i cittadini sauditi godano dei diritti umani fondamentali, comprese le libertà di espressione, associazione e assemblea, nonché un sistema giudiziario indipendente“, afferma Hrw, che suggerisce come segnale il rilascio di “tutti” i detenuti vittime di arresti arbitrari o finiti sotto accusa solo per le “loro idee o espressioni pacifiche“.

“Un’Arabia Saudita davvero riformatrice – ha affermato Michael Page, vicedirettore per il Medio Oriente presso Human Rights Watch – non avrebbe sottoposto i suoi principali attivisti a molestie, arresti e maltrattamenti“. Mohammed bin Salman è stato scelto da re Salman come erede al trono nel giugno 2017. Hrw ricorda gli arresti nel settembre del 2017 di esponenti religiosi, intellettuali, accademici e attivisti per i diritti umani, poi la maxi retata anti-corruzione che nel novembre successivo ha visto finire in manette principi e uomini d’affari e, infine, gli arresti dello scorso anno di attiviste e attivisti per i diritti delle donne.

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