Fadil Dautaj è un signore albanese di mezza età e da più di trent’anni vive in Italia. È sposato, ha un permesso di soggiorno Ue ed è nonno di un bambino italiano, ma da quando è iniziata la crisi non è più riuscito trovare un lavoro. Per questo, nel marzo scorso è stato fra i primi a ottenere il reddito di cittadinanza, incassando in media più di 800 euro al mese. Ma ora a lui e ad altre 53mila famiglie beneficiarie l’erogazione dei soldi è stata “sospesa”. E’ l’effetto di un emendamento introdotto dalla Lega durante il passaggio parlamentare del “decretone” su reddito e quota 100 e di un decreto interministeriale ancora mancante a otto mesi dalla conversione in legge. Il risultato è che ora più di 53mila famiglie beneficiarie si ritrovano in questo limbo. “Pretendono che io chieda al mio Paese di darmi dei certificati che lì non esistono”, spiega un ragazzo marocchino che preferisce rimanere anonimo. E ancora peggio è andata ai cittadini extracomunitari residenti in Italia che hanno provato a ottenere il reddito a partire da aprile, cioè da quando il nuovo meccanismo è partito a pieno regime: nemmeno un euro ricevuto e domande congelate dall’Inps.

“Con i nostri assistiti abbiamo fatto un ricorso urgente per mettere fine a questa discriminazione”, dice a Ilfattoquotidiano.it l’avvocato Alberto Guariso, membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). La pezza, in base a quanto si apprende da fonti ministeriali, dovrebbe arrivare entro i prossimi 10 giorni. Nel frattempo, come testimonia Fadil, “l’Inps non accetta alcuna documentazione, anche quando è in nostro possesso. Il punto è che senza questi soldi per noi è impossibile sopravvivere”. Un paradosso non da poco se si pensa che la povertà assoluta colpisce le famiglie di immigrati molto più di quelle in cui tutti i componenti sono italiani.

Il limbo dei cittadini extracomunitari: documenti difficili da ottenere e richieste congelate dall’Inps
Tutto inizia a gennaio 2019, quando il famoso “decretone” viene emanato in prima battuta dal governo, con regole simili per cittadini italiani ed extracomunitari. A marzo arrivano le prime domande, ma a partire dal mese successivo scattano i nuovi paletti introdotti dal Parlamento durante la fase di conversione. Fra questi ce n’è uno voluto dal Carroccio che impone agli stranieri che vogliono accedere al sussidio di presentare non soltanto l’Isee, ma anche una certificazione di reddito e patrimonio rilasciata dallo Stato di appartenenza, tradotta in italiano e “legalizzata dall’autorità consolare italiana”. Una condizione che ricorda quella – giudicata “discriminatoria” dal tribunale di Milano – introdotta dalla sindaca leghista di Lodi, Sara Casanova, per limitare l’accesso gratuito a mense scolastiche e bus da parte dei figli di immigrati. Non a caso la prima firma sotto l’emendamento al decretone era del leghista Luigi Augussori, ex presidente del consiglio comunale di Lodi.

Poche le eccezioni alla richiesta della documentazione speciale: non devono presentarla i rifugiati politici, chi è soggetto a Convenzioni internazionali e chi proviene da Stati “nei quali è oggettivamente impossibile acquisire le certificazioni”. Ma è proprio qui che sta il problema: a decidere quali siano questi Paesi (dove, ad esempio, non è presente un catasto analogo al nostro) dovrebbero essere il ministero del Lavoro e quello degli Esteri con un apposito decreto interministeriale. Tra ritardi e crisi di governo, il decreto non è ancora arrivato. E in sua assenza l’Inps – di concerto con l’esecutivo – ha deciso con una circolare di congelare “tutte le domande” presentate dallo scorso aprile dai cittadini extra Ue. In poche parole nessuno di loro ha visto un euro, nemmeno chi gode della protezione internazionale. E per chi, come Fadil, aveva presentato domanda nel breve periodo intercorso fra la pubblicazione del “decretone” e la sua conversione in legge, è stato previsto un regime “transitorio” di sei mesi durante il quale aggiornare la propria documentazione in base alle nuove norme. Ma ora che i termini sono scaduti – e il decreto interministeriale ancora non si vede – l’erogazione del sussidio è stata interrotta.

“Non siamo cittadini di serie B”. “L’Inps aspetta indicazioni dal ministero”.
“Io e mia moglie siamo entrambi disoccupati. Da quando è cominciata la crisi non sono più riuscito a trovare un impiego”, racconta lui al Fatto.it. “Perciò abbiamo subito fatto la richiesta del reddito di cittadinanza, dato che qui in paese ormai è impossibile essere assunti a 63 anni”. Fadil vive a Nova Siri, un comune di quasi 7mila anime in provincia di Matera, ed è arrivato in Italia negli anni Novanta. Oggi ha la residenza e il permesso di soggiorno Ue che gli permette di rimanere nel nostro Paese a tempo indeterminato. In teoria avrebbe tutte le carte in regola, se non fosse che il mese scorso è arrivata la brutta sorpresa. “Ho ricevuto un sms in cui l’Inps mi avvisava che avrei dovuto aggiornare la documentazione entro 30 giorni”, chiarisce. “Ho seguito i vari passaggi e sembrava tutto corretto. Poi però la mia domanda sul profilo dell’istituto di previdenza è passata da ‘attiva’ a ‘sospesa’”. La motivazione? “In attesa del decreto ministeriale”, si legge cliccando sul bottone informativo. “Il punto è che in base all’entrata in vigore nel 2011 della convenzione dell’Aia fra Italia e Albania i documenti prodotti dal mio Paese non dovrebbero essere legalizzati da un’autorità consolare italiana, come invece sostiene la legge sul reddito di cittadinanza”, aggiunge Fadil. Ma l’Inps non vuole sentire ragioni. “Il punto è che non è nemmeno fisicamente possibile caricare nel sistema la documentazione ulteriore”. Un problema confermato anche da un cittadino marocchino residente a Torino che ha chiesto l’anonimato. “Non appena ho ricevuto l’sms sono andato subito allo sportello per chiedere spiegazioni”, chiarisce al Fatto.it. “La risposta è stata che loro non possono accettare alcun certificato perché dal ministero non è arrivata nessuna comunicazione in merito. Poi ho controllato la mia pratica accedendo tramite Spid e ho scoperto che ad ottobre non avrei ricevuto il sussidio”.

Fonti del ministero del Lavoro: decreto in arrivo entro 10 giorni. L’avvocato Asgi: “Già vinto un ricorso in tribunale”
Il motivo, in entrambi i casi, è sempre lo stesso: in base alla circolare n. 100/2019 dell’Inps, “tutte le domande” presentate dai cittadini stranieri sono congelate in attesa del decreto interministeriale che dovrebbe chiarire l’aspetto più controverso della legge. Uno stop che ora si è esteso anche a chi, come loro, aveva chiesto e ottenuto il sussidio prima del pasticcio burocratico avvenuto in Parlamento. L’attesa dovrebbe essere breve, dato che in base a quanto appreso dal Fatto.it il famoso decreto mancante è stato firmato il 21 ottobre dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dalla collega del Lavoro Nunzia Catalfo. Per la pubblicazione, prevista entro i prossimi 10 giorni, si attende la registrazione da parte della Corte dei Conti. Nel frattempo, però, gli avvocati dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione non sono rimasti con le mani in mano. “Abbiamo già ottenuto dal tribunale di Brescia che la domanda di reddito di cittadinanza presentata da un rifugiato venisse sbloccata, dal momento che nel suo caso la legge lo dispensa dal richiedere in patria la documentazione patrimoniale e immobiliare”, spiega Guariso. Un caso a cui potrebbero seguirne altri, dato che sono decine gli stranieri che si sono rivolti all’Asgi per capire se ricorrere alle vie legali.

“Non si capisce perché l’Inps abbia esteso indiscriminatamente a tutti i cittadini extracomunitari il congelamento delle domande. Anche a quelli che non c’entrano nulla con il decreto mancante”, aggiunge l’avvocato. Per tutti gli altri, invece, è stato depositato un ricorso d’urgenza al tribunale di Milano su cui i giudici dovranno pronunciarsi l’11 dicembre. “A nostro parere c’è stata una violazione della parità di trattamento fra cittadini italiani e non”, conclude. “Speriamo che ora con la pubblicazione del decreto le cose si risolvano. Anche se bisogna vedere quali criteri hanno scelto per stabilire se uno Stato straniero possa rilasciare i famosi certificati patrimoniali oppure no. Il mio timore è che per alcuni cittadini sarà comunque un’impresa molto ardua, con i tempi lunghi che si possono immaginare”.

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