Stiamo parlando della rete delle reti, quell’Internet (che a volte i neofiti storpiano e italianizzano in “internette”) la cui data di nascita è stata convenzionalmente fissata al 29 ottobre 1969, quando il primo collegamento tra computer remoti fu stabilito tra un computer della Ucla (Università della California a Los Angeles) e uno dello Sri (Stanford Research Institute).

Come accade col vagito di un bambino appena nato, che nulla può far presagire delle sue future opere (e magari realizza la Cappella Sistina), così la prima manifestazione dell’interconnessione globale dell’era digitale fu la trasmissione di due lettere: “L” e “O”. In realtà il piano era di trasmettere l’intera parola “Login” ma, come continua ad accadere sin da allora, il sistema “andò in crash” (l’equivalente digitale della morte o dell’ibernazione). Come si continua a fare, il sistema fu rimesso in moto (fu fatto il “reboot” è il termine tecnico) e la trasmissione fu completata.

Con quella prima trasmissione era nata Arpanet, la rete di comunicazione tra calcolatori il cui sviluppo fu finanziato dal Ministero della Difesa americano per dotare il Paese di un sistema estremamente resistente agli attacchi, che negli anni 90 sarebbe diventata Internet e – grazie anche alla diffusione del World Wide Web – nel primo decennio del nuovo secolo avrebbe superato il miliardo di utenti. La prima pietra di una rivoluzione sociale, oltre che tecnologica, era stata posata.

L’impatto sociale, come tutte le previsioni sul futuro basate sugli sviluppi delle tecnologie, era arduo da immaginare allora, anche per gli addetti ai lavori. Gli unici che si avvicinano alla descrizione di questi scenari futuri alle volte un po’ distopici sono stati letterati e artisti (un esempio paradigmatico è la serie di racconti sui robot di Asimov). Gioca a loro favore l’essere più allenati a cogliere queste sfumature umane del progresso, ma va anche tenuto presente che si tratta comunque di pronostici estremamente difficili. Anche adesso non è facile capire dove l’esplosione di Internet, che implica che qualsiasi dispositivo digitale in (quasi) qualunque parte del mondo può connettersi a qualunque altro, porterà la società.

Cinquant’anni fa nacque un altro caposaldo della società digitale (una ricorrenza che sta passando un po’ in secondo piano ma che è altrettanto importante): due informatici, Ken Thompson e Dennis Ritchie, ricercatori dei laboratori della Bell, realizzarono la prima versione di Unix, probabilmente il sistema operativo che, nelle sue diverse varianti, evoluzioni e derivazioni, è quello attualmente più usato al mondo.

Come spesso accade agli studiosi, volevano uno strumento (software) che gli permettesse di gestire in modo efficace ed efficiente la macchina (hardware) che avevano a disposizione. Non contenti di ciò che era disponibile per una macchina economica quale quella che avevano loro, ne realizzarono uno da zero. La base dell’informatica personale era stata gettata e quasi 25 anni dopo, nel 1983, la rivista Time dichiarava il personal computer “uomo dell’anno”.

L’inarrestabile miniaturizzazione dei componenti elettronici, che permette di ridurre sempre di più i costi e lo spazio necessario per un personal computer, accoppiata alla disponibilità di software efficaci per la loro gestione e di meccanismi di comunicazione estremamente flessibili e affidabili, ha prodotto questa rivoluzione informatica, di cui ho parlato in dettaglio altrove, che ha messo a disposizione dell’umanità delle “macchine cognitive” con un impatto estremamente significativo sulla società.

Come precedentemente accennato, è difficilissimo capire dove questa tecnologia ci porterà, non dico tra 50 anni, ma anche solo tra 10 o 20. Basti pensare che nel 1999 Amazon stava muovendo i primi passi, Google era appena nato e Facebook non era ancora stato concepito. Quello che però è certo sono due elementi sui quali si sta progressivamente mobilitando un consenso sempre più ampio.

La diffusione della tecnologia digitale sta facendo dimenticare che l’uomo dovrebbe sempre rimanere il fuoco di ogni iniziativa di progresso tecnologico. Questo è il messaggio di base del Manifesto di Vienna per l’Umanesimo digitale, lanciato nel maggio di quest’anno e disponibile anche in versione italiana, che ambisce a far crescere la consapevolezza che le decisioni rilevanti che riguardano gli esseri umani devono sempre essere prese dalla persona e non dagli algoritmi.

Il secondo è la necessità di preparare tutti i cittadini, sia nella scuola che nella società, alla comprensione degli elementi scientifici di base che permettono la realizzazione e diffusione dei dispositivi digitali. Questo è l’obiettivo della Dichiarazione di Roma, un appello a istituzioni nazionali e internazionali, preparato dalla coalizione internazionale Informatica per Tutti, ad adoperarsi fattivamente affinché l’informatica sia inserita come materia di studio nelle scuole. Solo in questo modo si potrà diffondere la consapevolezza di quanto sia importante insegnare l’informatica per formare cittadini in grado di prendere decisioni a ragion veduta sulla società digitale.

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