Parafrasando indegnamente Falcone potremmo dire: “Segui le fatture false”. Segui le fatture false e troverai il mondo di mezzo dove si saldano mafiosi, imprenditori, colletti bianchi. Dove il picchiatore del clan che recupera i crediti di usura ed estorsione fa sistema con il noto costruttore locale, con il presidente della squadra di calcio, con gli insospettabili. Anche, o forse soprattutto, al Nord. Lo racconta in profondità I mille giorni di Aemilia, opera monumentale – 625 pagine, 19,5 euro, pubblicata da Aliberti – che Tiziano Soresina dedica al processo che ha fotografato il radicamento della ‘ndrangheta fra Reggio Emilia e Modena, con proiezioni verso Parma, Piacenza, Riccione e la bassa lombarda (Mantova e Cremona in particolare). “Per anni chi ha provato a denunciare la complessità di tale groviglio di interessi è stato etichettato come un folle speculatore e, perché no, pure incosciente”, scrive nella prefazione Giovanni Tizian, giornalista dell’Espresso che muovendo i primi passi da cronista in quel di Modena si è trovato a fronteggiare serie minacce di morte. “Intanto alcuni prefetti negavano, qualche sindaco riveriva i capi ‘ndrina e inveiva contro la stampa”.

Soresina, cronista della Gazzetta di Reggio, propone ai lettori una cronaca giorno per giorno, udienza per udienza, del maxiprocesso da 147 imputati andato in scena nella città emiliana tra marzo 2016 e ottobre 2018, concluso con 120 condanne, di cui 34 per associazione mafiosa. I giudici di primo grado confermano l’impianto dell’accusa: nel cuore della rossa e progredita Emilia operava da decenni un clan di ‘ndrangheta collegato alla cosca Grande Aracri di Cutro, in provincia di Crotone, perfettamente innervato nella politica e nell’economia locale, con interessi soprattutto nell’edilizia, settore qusi monopolizzato da aziende e operatori di origine cutrese.

Un lavoro prezioso, perché come spesso accade, i media nazionali si infiammano quando ci sono gli arresti, ma trascurano il dibattimento in aula. E del primo maxiprocesso emiliano ce n’era da raccontare, fra testimoni terrorizzati e un collaboratore di giustizia pestato a sangue in una località “protetta”. Sullo sfondo, la rivolta degli imputati non tanto verso l’accusa rappresentata dai pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, ma contro i giornalisti, tacciati di aver bollato tutti come ‘ndranghetisti prima della sentenza; contro le associazioni, come le Agende rosse, sempre presenti in aula e accusate di diffondere sui social resoconti a senso unico; contro un presunto clima di ostilità verso la comunità calabrese in quanto tale. Proprio le numerose interdittive antimafia emesse dalla prefetta Antonella De Miro contro aziende edili gestite da cutresi hanno dato carburante all’inchiesta, ma anche suscitato la reazione degli interessati, che hanno cercato la sponda della politica locale per farle cessare.

Dalle cronache di Soresina apprendiamo che le fatture false servono per esempio a ripagare i debiti di usura. “Lavori di ristrutturazione”, con tanto di Iva al 20%: così due imprenditori restituiscono alle società di alcuni imputati oltre un milione di euro avuti a strozzo con tassi mensili fino all’11%. Nessuna violenza, nessuna minaccia, almeno a quanto risulta agli atti: il sistema faceva contenti tutti. Solo tra il 2011 e il 2012 la Guardia di finanza di Cremona ha contegggiato fattura false per 24 milioni euro, a scopo di evasione fiscale, girate fra una quindicina di soggetti, ben mescolati fra presunti ‘ndranghetisti e, appunto, “insospettabili”. Poi le frodi carosello fra Reggio Emilia, Modena, Parma, architettate per lucrare illecitamente sul regime Iva degli acquisti fra Paesi dell’Unione europea. “A Reggio il guadagno maggiore della ‘ndrangheta era con le fatture fasulle, c’era chi arrivava a guadagnarci anche 100mila euro in un giorno”, dice in aula Giuseppe Giglio, colletto bianco del clan diventato collaboratore di giustizia. I soldi finivano al Sud su “pullman di linea” e venivano ripuliti “tramite conoscenze in banche e uffici postali”. Poi tornavano al Nord e venivano usati “per prestiti a usura, acquisti di alberghi e night, investimenti in Algeria”.

Meglio le fatture false che i proiettili e i roghi, si potrebbe obiettare. Invece, ci racconta il libro, business e violenza vanno proficuamente a braccetto. Basta avere l’accortezza di dosare bene le rappresaglie verso chi non obbedisce al clan, per evitare di attirare l’attenzione di investigatori e media. Del resto la guerra di ‘ndrangheta nel cuore della regione rossa c’era già stata nei primi anni Novanta, quando il gruppo dei Grande Aracri aveva scalzato quello dei Dragone. Come nei film di gangster, qualche cadavere è stato seppellito per sempre nei cantieri del boom edilizio reggiano. Molti degli imputati detenevano armi, a volte con regolare porto concesso nonostamnte i precedenti di polizia. E l’inchiesta muove i primi passi nel 2009, quando una Bmw 530 va a fuoco a Castelvetro Piacentino. Le indagini attribuiscono agli ‘ndranghetisti trapiantati in riva al Po ben 124 atti intimidatori tra il 2010 e il 2012. Nel sistema Aemilia, il recupero dei crediti, reali o inventati che fossero, e le controversie commerciali non prevedevano il ricorso agli avvocati.

LA FRASE – In questo processo voi non troverete in nessuno degli atti che uno degli accusati di far parte della ‘ndrangheta abbia fatto il primo passo verso gli imprenditori (dalla requisitoria del pm Mescolini)

I mille giorni di Aemilia è presentato a Bologna giovedì 24 ottobre alle 18 alla Libreria Coop-Zanichelli di piazza Galvani. L’autore ne discute con il giornalista Giuseppe Baldessarro e con il presidente della Fnsi Beppe Giulietti.

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