Come era facilmente prevedibile, data la situazione di impianti fatiscenti e non a norma, e di generale elevato degrado architettonico, strutturale e nessuna misura di controllo, la Cavallerizza Reale sta andando a fuoco per la seconda volta ed a distanza esattamente di 5 anni.

Ho già scritto e detto abbastanza, scontrandomi con chi, invece di salvaguardare e rifunzionalizzare in modo intelligente e rispettoso per la storia e la dignità del compendio sabaudo, ha preferito che fossero degli abusivi ad occuparsene in virtù di un’ipotetica tutela del “bene comune”.

Questo è purtroppo il risultato del non avere progettualità per la conservazione e il riuso del patrimonio storico italiano. Un mese fa ad esempio mi ero recata in un’altra proprietà sabauda, la Reggia di Racconigi, e qui più che il degrado architettonico, che pure c’è (sono visibili vistosi distacchi e lacune nell’apparato murario, i serramenti sono tutti gravemente ammalorati), ciò che colpisce è l’incuria totale e la desolazione che prevale: cumuli di polvere sui bassorilievi, sulle sculture, sui quadri, tappezzerie di divani lacerate, tende strappate, le guide rosse accartocciate e le soglie di ottone sollevate e quindi anche pericolose per il passaggio dei visitatori.

Eppure il castello ha vissuto negli anni passati un momento di visibilità per via di una fiction molto seguita che era stata ambientata qui, richiamando maggiore attenzione mediatica rispetto al principale di Agliè. Queste serie tv, anche se non sempre artisticamente pregevoli, hanno il merito di far conoscere luoghi ed edifici storici, sconosciuti ai più. Dopo un anno però di effimera notorietà, in cui non si è colta l’occasione per chiedere congrui finanziamenti per il restauro, la manutenzione e la gestione, la Reggia è caduta lentamente nell’oblio e nel degrado.

Ciò che più addolora e indigna, come detto in premessa, non è però la fatiscenza, giustificabile in parte dalla vetustà e mancanza di fondi, ma per l’appunto la colpevole incuria, il non amore o ancor peggio il disprezzo per un bene architettonico importante e singolare. Il castello di Racconigi infatti riunisce in sé, più di altre dimore, la storia dell’architettura e la storia dei Savoia: unica la Galleria dei ritratti dell’intera dinastia che, al di là delle opinioni attuali, è anche la storia d’Italia.

Da casaforte nell’XI sec, a dimora di villeggiatura stabile privilegiata di Maria Jose e Umberto II sino al 1946 per cui si possono ammirare in alcune stanze arredi “moderni” e quadri di Gino Severini; è conservato anche un bagno disegnato di un collaboratore di Giò Ponti, Fioravante Fiore, e riportato per questo nel n. 36 di Domus. In mezzo, tutti gli stili ed i gusti di dieci secoli: dai fasti barocchi del XVIII sec. di reggia sontuosa, parzialmente rivista da Guarino Guarini e con il Parco progettato da Le Notre, il paesaggista di Versailles, al più austero modo di interpretare un’elegante dimora di campagna, ma anche di studio e riflessione, di Re Carlo Alberto, il vero statista di Casa Savoia, che ne diede un’impronta completamente diversa e confacente al gusto romantico dell’epoca, incaricando il paesaggista tedesco Xavier Kurten di trasformare il parco con l’aspetto di natura selvaggia e a Pelagio Pelagi di riallestire le sale tra cui spicca il Gabinetto etrusco, nonché la costruzione della Margaria e delle Serre.

Ora tuttavia è talmente penoso lo stato in cui versa che c’è da chiedersi perché lo Stato italiano tanto la volle dai Savoia (tanto che fu oggetto di interminabili cause risultando una delle poche proprietà sabaude esenti dalla confisca), tenuto conto che, dopo averla acquisita nel 1980, pare non abbia intenzione di investire neanche poche risorse per un intervento di ordinaria manutenzione o quanto meno di pulizia.

Non a caso ho voluto ricordare insieme il destino di due testimonianze rilevantissime del Regno Sabaudo, diverse tra loro: un complesso, terziario diremmo oggi, e una residenza reale di villeggiatura e caccia la seconda, ma parimenti lasciate all’incuria, alla insipienza e alla colpevole demagogia, soprattutto per il caso della Cavallerizza.

In ogni caso, se si vuole rispettare la memoria e tutto il nostro patrimonio, non solo facendo aumentare lo share delle trasmissioni che ne parlano, va trovata una soluzione condivisa (scevra da pregiudiziali ideologiche sia verso le istituzioni pubbliche da una parte e sia verso l’intervento privato dall’altra) per non perdere ancora una volta di arte, storia, cultura e bellezza.

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