Non risponde alle aspettative il discorso di chiusura della Leopolda X (tanto atteso da chi si interroga sulle sorti del governo: un’esigua minoranza di commentatori professionali, mentre tutti gli italiani se ne impipano): Matteo Renzi ha menato il torrone con la gag dello statista giovanile, un po’ kennediano (futuro, speranza, volontà) e un po’ macroniano (innovazione in marcia), proiettato su archi di tempo decennali; preferendo tenere sotto traccia il senso delle proprie astuzie giornaliere.

In perfetta sincronia Luigi Di Maio virava al predicozzo responsabile le minacce anti-governative (o così o pomì) rilasciate a Matera durante Expo 2020. Insomma, entrambi gli incendiari all’attacco del neonato governo hanno fatto una prudente marcia indietro dopo gli esercizi di “filibustering” dei giorni scorsi. Quanto, al tempo di Prima Repubblica, era la guerra di corsa ricattatoria dei partitini per mostrare di esistere e contare qualcosa.

La differenza odierna è che a fare ostruzionismo parlamentare contro la propria maggioranza non sono micro-entità politiche (che il ritorno al proporzionalismo tornerà a moltiplicare), bensì le aspirazioni capricciose di due singoli personaggi – l’ammaccato capo politico dei Cinquestelle, il rottamatore rottamato dagli italiani – alla ricerca di occasioni per farsi vedere e sentire. L’improvvisa scoperta di insospettate convergenze tra chi fino a ieri sembrava aver in comune solo il look striminzito dei pantaloni a tubo di stufa tipo fuseaux; perfetto per lo stile fighetto del Di Maio e come guaina della silhouette macro-chiappica renziana.

Dunque fisime personalistiche che impattano in un comune ostacolo: il premier Giuseppe Conte, la sua visibilità, l’apprezzamento pubblico che continua a incassare. Per cui si affiancano a Matteo Salvini nell’avversione del nuovo protagonista, spuntato sulla scena politica a dare loro ombra. Ma mentre le ragioni del capo leghista, sculacciato in pubblico lo scorso agosto, risultano tutto sommato comprensibili; quelle dei due partner dell’attuale maggiorana lo sono meno. Comunque difficilmente confessabili.

Tanto da far argomentare a casaccio. Renzi proponendo alla kermesse fiorentina una bizzarra “tessera a punti del contribuente infedele”, in alternativa al pacchetto anti evasione del governo; Di Maio atteggiandosi a padrone delle ferriere (o magari a presidente del Napoli Calcio tipo Aurelio De Laurentiis) che impone il proprio volere assoluto ai dipendenti procedendo per diktat: “senza di me non c’è manovra”.

Molto rivelatrice della mentalità dei due contestatori la scelta delle tasse come terreno di scontro. In entrambi la mentalità acchiappatutto, propria di una politica che a parole dichiarano obsoleta, eccitata all’idea di far incetta di voti presentandosi come garante di vasti settori elettorali imboscati. Cui Di Maio aggiunge un tocco da tricoteuses (le donnine che durante la rivoluzione francese sferruzzavano sotto la ghigliottina deliziate alle decapitazioni dei nobili) scagliandosi contro “i grandi evasori”; mentre colpire l’evasione di importi minori, seppure prevalente a valori assoluti, creerebbe un’esecrabile guerra tra poveri tutta da dimostrare.

Il fatto è che i succitati giovanotti, presunti modernisti, sono portatori di una cultura arcaica che concepisce lo Stato come semplice terra di conquista (dalle logiche costituenti del referendum renziano, in cui la soluzione ruotava nel mettere uomini soli al comando e piallare via ogni controllo/contrappeso, all’imbarazzante battuta del Luigino su Mario Draghi che “non tifava Italia”; come era giusto per un governatore Bce e che magari ci aiutava pure con il quantitative easing). Difatti le loro concezioni di solidarietà in politica perseguono lo schema cricche-e-cordate basato sulla fedeltà di scambio; dal Giglio Magico fiorentino al Cerchio della Magna Grecia in cui si rintana l’attuale ministro degli esteri.

Alla prova dei fatti, politiche furbastre di pokeristi maldestri: una volta si andasse a vedere il loro bluff con elezioni anticipate (e dopo la riduzione del numero dei parlamentari), Renzi scomparirebbe dalla scena e Di Maio si troverebbe con una rappresentanza decimata. Ancora una volta in balia dello stalking di Salvini. Come si diceva: “tagliarselo per far dispetto alla moglie”

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