In risaia, dall’alba al tramonto, con la schiena piegata, le gambe a mollo, le zanzare sul volto e il sole che batte, forte. Pagate niente, controllate dai servi del padrone. Derise, anche. Magari violentate dal fattore del padrone. È il 1905, le mondine del vercellese, insieme a quelle che arrivano dall’Emilia e dal Veneto, si ribellano. Possono essere caricate dai carabinieri a cavallo mentre scioperano, non importa.

Stanno lottando per una vita che non sia una vita da bestie: per la conquista delle 8 ore – che arriverà nel 1906 – e sarà la prima volta in Europa. Sono queste donne-coraggio le protagoniste del romanzo Le cicale cantano nel nostro silenzio di Giorgio Bona, scrittore alessandrino (autore del bel romanzo Sangue di tutti noi sulla vita di Mario Acquaviva, militante del Partito Comunista Internazionalista).

Le cicale cantano nel nostro silenzio è un libro che si ispira dunque a fatti e personaggi realmente esistiti: dalla mondina rivoluzionaria, Maria Provera, a Modesto Cugnolio, l’avvocato di buona famiglia che diventa socialista e che difende gli sfruttati nelle aule giudiziarie e fuori.

Ma il romanzo (un romanzo storico con qualche licenza) è anche la storia di una grande storia d’amore: tra Eleonora, mondina “foresta”, e Francesco Demichelis detto Il Biondin, forse un delinquente comune, forse un ladro dal cuore tenero, chissà. Storie scritte e leggende tramandate nella bassa vercellese sul Biondin non mancano. I due hanno qualcosa in comune: la disperazione. Eleonora è stata cacciata dal padrone, il Biondin è un uomo segnato, senza futuro. E il romanzo storico è dunque anche un romanzo d’amore che, pagina dopo pagina, appassiona.

Ma il libro di Giorgio Bona è soprattutto un omaggio alla rabbia e al coraggio di quelle donne – Maria Provera in testa – che scrissero una delle pagine più belle della storia del movimento operaio e contadino italiano.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Harold Bloom, morto il critico che disprezzava la cultura pop. E che a me ricordava David Bowie

prev
Articolo Successivo

Leonardo da Vinci, per i 500 anni il Louvre sposta la Gioconda e scatena il caos. Chissà se ne vale la pena

next