La notizia, di recente comparsa sull’Ansa, secondo cui ci sarebbero 2mila casi in meno di cancro nel nostro paese, non potrebbe che rallegrarci se davvero fosse un segnale di quella inversione di rotta che tutti auspichiamo. Questa notizia è stata ripresa con enfasi dal volume I numeri del cancro in Italia 2019 , stilato ogni anno a cura di Aiom e Airtum: ma va precisato che si tratta di una stima, non di dati attuali e che pertanto andrebbe presa con molta cautela.

Nel testo infatti si specifica che “è l’ordine di grandezza l’informazione da cogliere e non il numero esatto, non a caso qui proposto in forma arrotondata” e forse come ordine di grandezza bisognerebbe maggiormente soffermarsi sui circa 400mila nuovi casi di cancro che ogni anno si registrano nel nostro Paese. Questa notizia comunque è stata l’occasione per scrivere, con alcuni colleghi, una lettera aperta agli oncologi italiani.

In essa vengono ribaditi concetti già ampiamente segnalati anche in passato. In particolare anche in questo report, come nei precedenti, si continua a presentare il cancro come una malattia “genetica” che trae origine da mutazioni più o meno casuali dei geni. Si tratta di una visione obsoleta e stereotipata della cancerogenesi su cui sono intervenuta già in passato ed è desolante constatare che si continua a non tenere adeguatamente conto delle più recenti conoscenze scientifiche, in particolare di quelle che derivano dall’epigenetica.

Questa disciplina infatti ha ormai ampiamente dimostrato che l’incontrollata proliferazione cellulare che caratterizza il cancro può essere scatenata non solo da mutazioni geniche, ma anche dai processi che alterano le loro funzioni. Se viene alterata la “trascrizione” dell’informazione contenuta nel genoma (ad esempio attraverso la metilazione di parti non codificanti), si può favorire l’insorgenza del cancro o perché aumenta la proliferazione o perché si blocca la funzione dei geni oncosoppressori.

L’importanza di queste conoscenze è enorme perché i meccanismi epigenetici sono sotto la diretta influenza degli stimoli ambientali di qualsivoglia tipo, e si attuano in assenza di mutazioni che coinvolgano il genoma. Non tenere conto di questo significa continuare a pubblicare, come nel report in oggetto, tabelle del tutto desuete in cui, ad esempio, si continua ad attribuire ai fattori ambientali solo il 2% dei tumori.

Anche sui tumori infantili il volume I numeri del cancro in Italia 2019 lascia molto a desiderare perché si limita ad un laconico: “in età infantile (0-14 anni) si trova una quota molto limitata del totale dei tumori (meno dello 0,5% dei tumori). Nelle prime decadi della vita la frequenza dei tumori è infatti molto bassa, pari a qualche decina di casi ogni 100mila bambini ogni anno”, trascurando di riportare che l’incidenza di tumori infantili in Italia è andata crescendo per tre quinquenni consecutivi (1993-2008) per poi stabilizzarsi, ma senza mai regredire e confermandosi una delle più elevate a livello globale. Ricordo che in 22 Sin (Siti altamente inquinati e da bonificare), coperti da registro tumori, nell’età da 0 a 19 anni l’eccesso di incidenza è stato del 9%, attribuibile soprattutto a sarcomi, leucemie mieloidi, linfomi Nh e tumori al testicolo.

Ma anche in un territorio che non rientra fra i Sin, come in una frazione di un piccolo comune del Pistoiese, si registra specie fra i giovani un preoccupante cluster di sarcomi, considerati “tumori sentinella” per esposizioni ambientali e viene segnalata una presenza elevatissima di cloruro di vinile monomero nei pozzi. Fortunatamente le conoscenze scientifiche circa la relazione fra ambiente e tumori stanno rapidamente affinandosi ed evolvendo grazie anche all’attuale possibilità di disporre di sequenze geniche ed epigenetiche da migliaia di tumori umani.

Ciò ha permesso di identificare numerose “firme mutazionali”, grazie all’applicazione di modelli matematici avanzati: si trattano di specifiche modificazioni epigenetiche collegate a singole esposizioni esogene, che ribaltano quindi completamente il concetto che “mutazioni casuali” siano alla base dell’insorgenza del cancro.

Credo che queste conoscenze potranno dare in tempi rapidi il colpo di grazia alla visione del cancro come malattia “genetica”, dovuto al caso o alla sfortuna, consentendo di fare finalmente emergere che il cancro, come del resto molte altre malattie, è in larga misura la conseguenza dell’alterato rapporto che l’uomo ha contratto con l’ambiente, contaminandolo in ogni sua matrice.

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