Fatte le debite proporzioni, a Padova e Pavia sta accadendo qualcosa di assimilabile alla “marcia dei quarantamila”, che nell’ottobre 1980 a Torino vide gli impiegati e i “quadri” della Fiat manifestare contro i picchettaggi di altri lavoratori che impedivano loro di entrare in azienda. Anche in questo caso i dipendenti si dividono. Da una parte quelli delle cooperative che si riconoscono in Adl-Cobas, chiedono contratti a tempo indeterminato e per questo hanno bloccato l’uscita delle merci dai magazzini della Tigotà, gruppo che commercializza prodotti di bellezza e per la casa. Dall’altra la “marcia delle commesse”, che rivendicano il proprio diritto a lavorare e a non veder danneggiata l’azienda. E che si sono posizionate sulla parte opposta della strada, innalzando tanti cartelli con la stessa frase: “Vogliamo lavorare. Protestare per costruire, non per distruggere”.

A fare da spettatori (interessati) da una parte il sindacato Adl-Cobas, che, per bocca di Gianni Boetto, accusa le commesse di “essere marionette in mano del padrone e della Cisl a cui sono stati promessi mari e monti”. Dall’altra il titolare del gruppo, il padovano Tiziano Gottardo, che rende pubblica una lunghissima lettera. “E’ possibile che alle soglie del 2020 l’espressione dei diritti sindacali debba avvenire danneggiando scorrettamente un’impresa che non è legata da alcun rapporto di assunzione con i manifestanti?”. Verità e cortei contrapposti.

Tutto comincia l’1 ottobre, con il blocco dei magazzini a causa di 17 mancate assunzioni a tempo indeterminato nel magazzino di Broni da parte della società Winlog. La protesta ha coinvolto anche i lavoratori della Logup che si occupa della sede in corso Spagna a Padova. Le due cooperative hanno in carico trasporti e consegne dei prodotti. Se si fermano loro, anche i 700 punti vendita in Italia vanno in sofferenza. Ma al terzo giorno di blocco, mentre un trentina di persone manifestavano a Padova, altre hanno esposto due striscioni contro lo sciopero. Si sono presi gli insulti degli scioperanti: “Vergogna, vergogna! Servi dei padroni”. Ma poco dopo, dal vicino quartier generale di Tigotà, è partito un corteo con un centinaio di dipendenti, tra cui molte commesse, con i cartelli “Vogliamo lavorare”. La Polizia ha impedito che i due gruppi entrassero in collisione. Una situazione analoga si è ripetuta anche a Broni.

“Siamo in 150, ma rappresentiamo 4.300 dipendenti – ha detto Pericle Ciatto, responsabile del marketing Tigotà – I punti vendita stanno scontando disservizi e blocchi ingiustificati della logistica. I dipendenti temono per il loro posto di lavoro, per questo hanno organizzato la protesta”. Dall’altra parte della barricata: “Così fanno vedere che ci sono lavoratori che si mettono contro altri lavoratori, una cosa ridicola. I dipendenti Tigotà oggi possono godere di miglioramenti contrattuali anche grazie alle lotte che abbiamo fatto noi. Sappiamo bene cos’è successo qua dentro grazie all’indagine sul caporalato”. Il riferimento di Boetto è a un’inchiesta di un paio d’anni fa per sfruttamento di manodopera, facchini indiani e bengalesi, a conclusione della quale il pm stesso aveva chiesto l’archiviazione per Gottardo, perché non era ancora in vigore la legge che in questi casi (ma solo dall’ottobre 2016) estende la punibilità al datore di lavoro.

Le commesse hanno spiegato ai giornali locali: “Abbiamo scelto noi di protestare. I punti vendita fanno fatica per il blocco dei magazzini. La merce manca dagli scaffali, i clienti chiedono perché e i lavoratori non sanno come giustificarsi. Una situazione surreale”. E il diritto di sciopero? “Comprendiamo e rispettiamo i motivi di chi lo fa, è un diritto di tutti. Ma così stanno boicottando il nostro posto di lavoro e noi lo stiamo solo difendendo”.

Facchini e magazzinieri hanno replicato: “Vederli manifestare contro di noi è brutto. Sono stati ricattati e hanno paura. Noi stiamo manifestando per i nostri diritti e per quelli dei colleghi del magazzino di Broni, a Pavia. Qui a Padova dove pure i contratti sono tutti a tempo indeterminato, esistono lavoratori di serie A e di serie B, anche per i buoni pasto. È una discriminazione”.

Il titolare Gottardo se la prende con i Cobas. “Questo sciopero mette a repentaglio la nostra azienda e i 4300 dipendenti di Tigotà, di 49 diverse nazionalità e con livelli dell’85 per cento di quote rosa. Un conto è una sana dialettica sindacale, altra cosa è pensare di poter riesumare vecchi schemi e atteggiamenti profondamente anti-impresa che hanno come unico risultato quello di danneggiare tutti”.

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