Nel suo libro The Allegory of Love, quando arriva a parlare del cartaginese Marziano Capella, autore nella tarda latinità di un’enciclopedia delle arti liberali (il De nuptiis Philologiae et Mercurii), Clive S. Lewis non trova di meglio che paragonarlo alle più bizzarre creature della natura: “for this universe, which has produced the bee-orchid and the giraffe, has produced nothing stranger than Martianus Capella” (Clive S. Lewis, The Allegory of Love. A Study in Medieval Tradition, Oxford, Clarendon Press, 1936, p. 78).

Questa frase mi ha sempre fatto sorridere: nulla di più azzeccato, mi viene da pensare, per un autore che ha dato fondo alle più bizzarre creature della lingua. Il patrimonio lessicale di una lingua è infatti un tesoro sorprendente, e oggi buona parte di quello della nostra lingua, l’italiano, è “a rischio”. Quante parole dell’italiano conosce un parlante nativo? Quelle che conosciamo meglio sono all’incirca 7mila: sono le parole che usiamo tutti i giorni nella vita quotidiana (il nostro “lessico fondamentale”), ma anche quelle a cui ci capita di ricorrere solo in contesti e ambienti specifici (ad esempio “impianto”), e quelle di cui conosciamo il significato ma che raramente ci troviamo a utilizzare (ad esempio “imputato”).

Oltre questo manipolo di parole, che secondo la definizione del compianto linguista Tullio de Mauro costituiscono il nostro “vocabolario di base”, ci sono, tra le altre, quelle che i dizionari dell’uso marcano come “obsolete”: in parole povere, moribonde. Con un gesto quasi di pietas, per questa porzione del nostro lessico lo Zingarelli 2020 si è inventato la categoria delle “parole da salvare”: parole come abbarbicare, delizia, enfasi, flessuoso, inaudito, prestante, strascico, vespertino, voluttà vengono marcate con un fiorellino e diventano protagoniste dell’“areaZ”, l’iniziativa “a lessico illimitato” dell’editore Zanichelli che porta le parole in via di estinzione in alcune delle principali piazze italiane affinché possano essere adottate e reimmesse nell’uso dai parlanti.

Sfogliando il nuovo Zingarelli ci si potrebbe stupire di trovare segnalate con il fiorellino parole come afoso oppure spocchia e tiritera, parole cioè senza le quali oggi riesce difficile immaginarsi da un lato una banale conversazione sul meteo, dall’altro un esempio tipico di certa comunicazione politica. Considerazioni come questa non fanno che confermare che quella di Zanichelli è tutt’altro che un’iniziativa pedante (parola a sua volta etichettata come “da salvare”), ma obbedisce al principio di base secondo cui la lingua, o meglio il suo patrimonio lessicale, funziona per addizioni e rilanci, non certo per sostituzioni: insomma, introdurre nell’uso parole nuove o re-introdurne di desuete non va in alcun modo a scapito del “vocabolario di base”, non condanna alla morte le parole che sono già in circolazione, ma anzi va a vantaggio della vita dei parlanti.

Prendiamo ad esempio i neologismi: la loro ragion d’essere è quella di soddisfare un’esigenza dei parlanti, dalla ricerca di una nuova sfumatura di significato (en passant: non è il caso di sfumatura, ma sfumare e sfumato sono “parole da salvare”) a quella di una parola nuova per un oggetto o una realtà nuovi – anche, perché no, di fantasia, come lo “spennello” di Gianni Rodari, “che serve per disfare un quadro se non è bello” (Parole nuove, in Gianni Rodari, Filastrocche lunghe e corte, Milano, Einaudi Ragazzi, 2010, p. 68).

Sebbene le “parole nuove”, che si tratti di neoformazioni o di prestiti da altre lingue (oggi per lo più dall’inglese), siano fatte per rendere più facile e completa la comunicazione e costituiscano perciò una componente del tutto “naturale” in ogni sistema linguistico, nei loro confronti si riscontra spesso una certa diffidenza, come se queste potessero o dovessero sostituire il lessico che già abbiamo. Si tratta, chiaramente, di un mito da sfatare (lo fa benissimo Vera Gheno nel suo ultimo libro, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Torino, Einaudi, 2019), ma che tuttavia può aiutare a convincerci dell’opportunità di “riaprire gli archivi” dell’italiano, dando nuova vita a parole in disuso senza andare a cercarne o crearne di nuove: parole per le quali possediamo dei sinonimi nel nostro vocabolario di base, ma che ci può tornare utile re-immettervi per le sfumature di significato o per la carica espressiva ed emozionale che portano con sé.

Possiamo usare, come facciamo, agile o snodato, ma se rinunciamo a salvare flessuoso finiamo per perdere quella connotazione di fascino e sensualità che solo questa parola, tra le tre, possiede; e possiamo accontentarci di allegro, ma perdendo spensierato perdiamo anche quell’aria di giovinezza che distingue questa parola dai suoi sinonimi.

Non dimentichiamoci che siamo soltanto noi, i parlanti e utenti dell’italiano, a decretare la vita o la morte di una parola, anche e soprattutto di quelle che sono “latenti” nel nostro patrimonio lessicale: meraviglie della lingua tutte da riscoprire, per noi stessi e per gli altri.

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