“Diritto di satira, battuta di valenza sarcastica”. La Corte d’Appello di Milano ribalta la sentenza di primo grado su Selvaggia Lucarelli, assolvendola perché il fatto non costituisce reato. Era stata la conduttrice tv Barbara D’Urso, nell’aprile del 2014, a querelare per diffamazione la Lucarelli dopo che quest’ultima aveva pubblicato su Twitter e Instagram una frase riguardante l’entrata in studio della D’Urso durante una puntata de Le invasioni barbariche: “L’applauso del pubblico de Le Invasioni alla D’Urso ricordava più o meno quello alla bara di Priebke”. Secondo il primo Giudicante la frase aveva portata “obiettivamente lesiva perché si risolveva in un accostamento, gratuito, ingiustificato e suggestivo tra due soggetti degni di disprezzo e dileggio”. Pertanto il Tribunale aveva condannato la Lucarelli alla pena di 700 euro non riconoscendo le attenuanti generiche, oltre al risarcimento dei danni non patrimoniali “per la sofferenza patita” e “il non lieve danno alla sua immagine” subito dalla parte civile quantificato in 4mila euro.

La terza sezione penale della Corte d’Appello di Milano lo scorso 23 luglio 2019 ha però ribaltato la sentenza di primo grado assolvendo la Lucarelli, accogliendo tutte le considerazioni della difesa e sottolineando come la frase incriminata risulti “diritto di satira”. Nello svolgimento del processo, infatti, è stato puntualizzato che “a differenza di quanto asserito dal primo Giudicante, la battuta della Lucarelli circa gli applausi che la D’Urso avrebbe ricevuto dal pubblico del suddetto programma, era in realtà fondata su un fatto vero (…) da un’analisi della durata degli applausi degli ospiti della puntata de Le Invasioni barbariche risultava che mentre Alessandro Di Battista aveva ricevuto un applauso di 16 secondi (dal minuto 3.05 al minuti 3.21), Corrado Augias di 18 secondi (dal minuto 32.59 al 33.17), la signora Selasi di 16 secondi (dal minuti 54,22 al minuto 54.38), la signora Delogu di 12 secondi (dal minuto 1.05.26 al minuto 1.05.38) e Carlo Cracco di 14 secondi (dal minuto 1.34.25 al 1.34.39), invece la D’Urso, nonostante fosse un personaggio pubblico molto noto, aveva ricevuto un applauso di soli 9 secondi (dal minuto 2.08.21 al minuto 2.08.30), della durata nettamente inferiore a quello dei personaggi conosciuti meno all’evidenza dei palinsesti televisivi”. Nel paragrafo successivo viene ricordato che da un’attenta disamina del video, nella sequenza dell’ingresso della D’Urso in studio “non si poteva non notare taluni ospiti tra il pubblico (come ad esempio la prima signora sulla destra, con un golfino chiaro o le persone sedute vicino al corridoio dove stava transitando la signora D’Urso) che certo non si poteva dire trasudassero entusiasmo”. Successivamente viene accolta un’ulteriore specifica della difesa dell’imputata: “La Lucarelli aveva voluto paragonare l’applauso freddo e breve riservato al criminale nazista a quello che aveva ricevuto in puntata la D’Urso e non anche paragonare le due personalità”. E ancora: “La prevenuta, con la frase in questione, aveva semplicemente esercitato un suo diritto di satira, espressione questa di paradosso e metafora surreale, sottratta al parametro della verità, ma caratterizzata da inverosimiglianza ed iperbole”.

La difesa aveva inoltre escluso il dolo dal momento che la Lucarelli quella frase l’aveva “riferita anche a se stessa, nel suo libro Che ci importa del mondo (…) verso il proprio alter-ego letterario (…) protagonista del romanzo”. Considerazioni che la Corte d’Appello ha ritenuto valide nell’assolvere l’imputata: “E’ chiaro l’intento della Lucarelli di ricorrere, paragonando il trattamento riservato alla D’Urso nel contesto televisivo anzidetto a quello riservato alla salma dell’ufficiale nazista, quale Priebke, in occasione della funzione funebre dello stesso, al paradosso e ad una rappresentazione meramente surreale col solo fine di suscitare divertimento nei lettori con modalità pungenti ed accostamenti corrosivi”. Inoltre la Corte afferma che “non sia ravvisabile alcuna volontà da parte della Lucarelli di trascendere in attacchi meramente personali”. All’impianto centrale della difesa, dove con cronometro alla mano si misurava la freddezza del pubblico de Le invasioni nell’accogliere la D’Urso, la Corte aggiunge un ulteriore particolare: “A rafforzare tale convincimento si deve porre in evidenza come la presentatrice del programma, Daria Bignardi, avvedutasi della tiepida reazione del pubblico e per cercare di ovviare all’imbarazzo dell’accoglienza riservata alla D’Urso, l’abbia invitata a sfilare nuovamente davanti ai presenti, inducendo quindi questi ultimi a ripetere l’applauso, durato, ciononostante, solo altri 4 secondi”. Infine ancora una specifica che riguarda la diffamazione a mezzo stampa rifacendosi a due sentenze della Cassazione del 2008 e del 2013: “Nella formulazione del giudizio critico possono essere utilizzate espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall’opinione o dal comportamento preso di mira, e non si risolvano in un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onore della reputazione del soggetto interessato”. Pertanto, si legge nei motivi della decisione dei giudici “nel caso concreto, questa Corte ritiene che si sia in presenza di una battuta di valenza sarcastica, che appare scevra da denigrazione, disprezzo e ludibrio, e che tende a sollecitare, piuttosto, ilarità nel lettore”.

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