di Giambattista Scirè*

Ci vuole una certa faccia tosta, lo ammettiamo. In un recente articolo (Repubblica, 21-9-2019), i tre rettori degli atenei milanesi (Statale, Bicocca e Politecnico) hanno rivendicato di volersi scegliere personalmente i ricercatori e chiesto più poteri di quelli che già hanno. Il loro ragionamento suona pressapoco così: “I concorsi sono fasulli? Bene, aboliamoli” oppure “Altrove non ci sono concorsi e funziona meglio che da noi”. “Premiando il merito”, dicono i tre rettori nell’articolo.

Ma questi rettori vivono nella realtà o nel mondo dei sogni? Sono al corrente che in Italia vige l’articolo 97 della Costituzione e che l’accesso all’Università rimane soggetto a un pubblico concorso?

Ebbene, a noi risulta che il “merito” sia uno degli ultimissimi fattori tenuti in conto oggi dalle commissioni e dai dipartimenti, concorso o non concorso purtroppo: contano, invece, l’affiliazione ad una scuola accademica o un gruppo di potere, il servizio reso ad un docente potente (barone), rapporti personali, di parentela o di letto, scambi di favori o anche solo fortuna. La variabile del merito è l’unica che non conti oggi. Questo è il sistema che va avanti da decenni, con il colpevole silenzio di tanti colleghi, la maggioranza purtroppo, secondo cui questa rimane la strada da seguire.

Dicono i tre rettori (nei fatti) che sarebbero favorevoli alla cooptazione, la cui scelta del candidato, senza concorso, rappresenterebbe il meglio per le loro “esigenze”. Sono al corrente i tre rettori del livello incomparabilmente più alto di corruzione della pubblica amministrazione presente in Italia rispetto all’ “altrove” di cui parlano? E aggiungiamo: sarebbero disposti a fare veramente come si fa “altrove”? Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, cioè dove esistono le migliori università del mondo, non è mica il paese dei balocchi in cui si entra senza concorso tout court. Le posizioni dei docenti, “altrove”, non sono a tempo indeterminato come da noi e sono legate ai risultati e alla qualità della ricerca. I fondi sono in gran parte privati e non pubblici. Sono disposti i rettori e il mondo accademico attuale a fare tabula rasa del sistema universitario attuale per trasformare tutte le posizioni dei docenti dell’intero comparto in contratti a termine vita natural durante?

Abbiamo ascoltato le intercettazioni su come venivano preparati, “impiattati” e pilotati i concorsi all’ateneo di Catania, e purtroppo ci risulta che il termine di paragone della mentalità italiana della classe docente universitaria sia quello, non “altrove”.

Il potere attuale dei rettori è fin troppo incontrollato. La Conferenza dei rettori è un’associazione di diritto privato alla quale sono stati riconosciuti poteri smisurati, tali da condizionare non solo la vita di tutti i dipartimenti d’Italia ma anche dell’Anvur e del Miur stesso, con un palese conflitto di interessi. Altro che autonomia dei rettori, oggi si dovrebbe parlare di autarchia: il mandato unico di sei anni li rende politicamente non controllabili e con un potere autoritario assoluto, dal ruolo chiave nei CdA con potere di indirizzo economico-finanziario, a quello nei Senati accademici, da essi telecomandati; inoltre controfirmano gli atti delle commissioni per il reclutamento, quindi potere didattico e scientifico. Eppure queste persone vorrebbero ancor più mano libera non solo sulle forniture (magari niente gare e niente Consip) ma anche direttamente sul reclutamento. La legge 240/2010 non prevede organi di controllo della legittimità degli atti, quindi l’unico rimedio che rimane per i candidati realmente liberi e indipendenti, è quello di rivolgersi all’Anac, alla Giustizia amministrativa o alle Procure.

Purtroppo vediamo che corruzione, nepotismo, inefficienza e iniquità sono problemi sempre più innegabili nell’università italiana, ormai sotto gli occhi di tutti. Non è solo un problema culturale, di testa, non basta il richiamo all’etica. La direzione da intraprendere è quella opposta all’aumento della discrezionalità e dell’arbitrio già eccessivi. Si deve, piuttosto, far applicare la legge negli atenei, si devono prevedere sanzioni e multe pesanti nei confronti degli abusi in modo che siano da deterrente, bisogna colpire il portafogli di chi commette illegalità, e dare un segnale forte con interdizioni dai pubblici uffici per chi sbaglia. In Italia non c’è altra soluzione, purtroppo.

* Trasparenza e Merito. L’Università che vogliamo

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