Staccarsi dalle figure genitoriali è forse uno degli scogli più frequenti e tenaci nel corso di un’analisi. Distinguiamo tuttavia un dire ripetitivo e insignificante (parola vuota) da un non detto sul quale la presenza e l’incisività dell’analista deve fare la differenza. “Ah! mia madre mi ha sempre controllato, dunque oggi io non tollero ordini!” oppure “mio padre non voleva io usassi il denaro, per questo sono diventato uno che getta i soldi alle macchinette” o “mio padre è di destra, e io sono diventato di sinistra per staccarmi da lui”: sono alcuni degli incipit d’ingresso alla terapia con i quali il soggetto apre i cancelli del proprio percorso, cercando di portare una conseguenza già elaborata e chiara.

Ma proprio perché immediati e dichiarati, questi presupposti devono fare insorgere nell’analista un sano dubbio di autenticità.

I ganci con le figure genitoriali sono assai più profondi e subdoli, ed è proprio la loro profondità non scandagliabile che crea le condizioni di un malessere a volte inspiegabile. Tralasciamo chi crede che l’andare fisicamente fuori da casa produca il risultato di risolvere i legami genitoriali: non c’è possibilità di analisi, si tratta per lo più di apporti terapeutici meramente d’appoggio che durano poco, a volte il tempo di un trasloco (“sono entrato in casa mia, grazie al suo sostegno ce l’ho fatta!”, mi ha scritto un ragazzo dopo tre sedute, chiudendo il rapporto semi miracoloso).

Molto più interessanti sono quei legami che pur apparentemente risolti continuano a generare malessere ed enigma nel paziente. L’analisi consiste nel fare attenzione ai piccoli particolari spesso trascurati dal soggetto che tradiscono giunture d’acciaio ossidate, opache e per questo iatrogene, sottolineando che “questo è ciò che faceva suo padre, sua madre”, per costringere il soggetto a fare i conti con quel legame che lui ha nel tempo cercato di non vedere. Per non recidere. Lunghi, lunghissimi après coup. “Dopo la prima uscita di mio figlio con l’auto, gli ho nascosto le chiavi come faceva mio padre. Come ho potuto?”, “Dopo sacrifici enormi per dare a mio figlio un titolo di studio all’estero, mi torna in sogno che questo era l’antico desiderio di mia madre, quello di avere una laurea elvetica per distinguersi da quei provinciali del paese, come ho fatto con mio figlio”.

In altri casi ancora, a percorso analitico terminato, alcuni sono tornati per riportare l’ultimo scorcio della loro vita: “Alla fine mi sono fatto il vuoto attorno, proprio come lo fece mio padre”, “Il ristorante che ho venduto mi serviva per farmi un nome, riscattando quello di mia madre che era una sperpera denaro. Me ne rendo conto solo oggi che l’ho venduto, e la vita mi appare vuota”. Sono i genitori fantasma, che continuano ad incombere nel percorso del soggetto, dopo che egli ha messo in atto manovre di distacco apparentemente vigorose ma innocue, o mancando clamorosamente il punto d’aggancio.

Springsteen on Broadway è qualcosa di più di un semplice spettacolo che ha intrattenuto per oltre un anno appassionati e non di Bruce Springsteen. Può a tutti gli effetti essere considerato come una testimonianza analitica di un passaggio generazionale che sancisce l’effettiva cesura di Bruce da suo padre, operazione mille volte tentata e narrata in diverse canzoni (su tutte, Independence day). Io ho assistito a oltre 70 concerti di Bruce, ho seguito passo dopo passo, palco dopo palco, canzone dopo canzone, la sua elaborazione dello sguardo paterno terrorizzante. Le tappe, le scansioni, le separazioni e la rettifica del cammino dell’artista non sono raccontate al proprio analista, ma incise in una lunga ed affascinante narrazione della vita del 70enne cantante (oggi il suo compleanno, ndr) fatta dal vivo al Walter Kerr Theatre di New York, circondato dai suoi strumenti e dalle sue note, quel sintomo che egli stesso ha confessato più volte essere stato l’ancora di salvezza dai marosi della depressione e, soprattutto, un robusto contrappeso alla presenza del padre fantasma.

Se nell’album live del 1975-85 resta intatta la forza del giovane musicista che rifiuta di andare al college opponendosi al volere paterno, è nella sua produzione più avanzata che il distacco si fa più simbolico e meno cantato. Gli “occhi mortalmente bui” del soldato in congedo, annientato da una deriva depressiva, ancora sono per Bruce un fuoco che intimorisce ma attira. Egli ritrova alla fine dello spettacolo analitico la sua voce in quella del padre: “quella voce aveva qualcosa di sacro. Quando non sapevo che vestito indossare, sceglievo delle tute da lavoro, le stesse che mio padre metteva in fabbrica. Tutto ciò che sappiamo della virilità è ciò che abbiamo visto e imparato dai nostri padri, e ciò che io vedevo in mio padre era l’eroe“. Mio padre, il mio eroe e il mio peggior nemico dice, in piedi, a metà spettacolo.

Solo alla fine di questa seduta esibita Bruce ci confessa di aver lottato contro un fantasma. Il genitore deve essere un antenato, non uno spettro, chiosa in cauda di concerto. Uno spettro, cioè qualcuno che non agevola, ma frena. Qualcuno che non incoraggia, ma incombe. Che non riconosce, ma disereda.

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