Staten Island, come il nome stesso suggerisce, è un’isola di nome e di fatto: uno dei cinque borough di New York in cui la popolazione afroamericana è una minoranza rispetto alla maggioranza bianca (in questo caso italoamericana), e la cui gioventù si sveglia ogni giorno in una realtà fatta di povertà, disagio familiare e ingiustizia sociale. In un contesto simile, spesso la gestione e il passaggio di mano in mano di armi e droga diventano parte integrante della formazione emotiva e sociale di chi vive a stretto contatto con la strada.

Tuttavia, alla fine degli anni 80, l’esplosione artistica dell’hip hop rappresenta, per alcuni ragazzi dal talento grezzo, una chance per una vita diversa e, soprattutto, uno sfogo costruttivo rispetto alle asperità della loro giovane esistenza. Purtroppo però la strada verso il riscatto, al di là di ogni legittimo entusiasmo, è ripida e in salita.

Wu-Tang: An American Saga, in streaming sulla piattaforma Hulu, non ha l’asciuttezza di un documentario (per quello ci sono le straordinarie quattro ore Wu-Tang clan: of Mics and Men prodotte da Showtime lo scorso anno) ma, pur coi canoni della fiction, è tutto meno che un’agiografia del leggendario collettivo hip-hop che, con la sua produzione artistica e con i suoi contenuti, ha rivoluzionato il genere, rinnovando l’immaginario del rap nella cultura pop americana e non solo.

La serie, prodotta da RZA e Method Man insieme ad Alex Tse (Watchmen, Superfly), non si concentra esclusivamente sulla vita dei nove Master of Ceremonies newyorchesi, ma indugia su tutti i personaggi che ne hanno influenzato la formazione e lo sviluppo artistico, dai parenti agli amici, ai leader delle gang criminali che gestivano i traffici in cui i ragazzi finivano.

L’hustling, ovvero lo spaccio, non è un’attività che i protagonisti intraprendono per raggiungere la ricchezza, ma una scelta di sopravvivenza, spesso quasi una conflittuale assunzione di responsabilità nei confronti delle loro famiglie numerose e indigenti. Soprattutto è qualcosa che rallenta e complica il percorso verso un’ipotetica vita fatta di musica. I protagonisti non sono ritratti quali portatori designati di consapevolezza e successo, ma come ragazzi privi di esempi virtuosi, la cui passione per l’espressione artistica è ostacolata e denigrata da uno stato di necessità violento e ultra-realista.

Venendo da rioni rivali di Staten Island, i futuri rapper potrebbero spararsi o entrare in competizione; invece si rendono conto del fatto che l’unione fa la forza, non solo in luogo di proverbio, e che le cose che li uniscono sono molte più di quelle che li dividono. Anche la poetica comune, fatta di film kung-fu, filosofia zen e ispirazione tratta dai supereroi Marvel, è un piatto che viene cucinato a fuoco lento, un elemento la cui introduzione viene dosata in modo da non appesantire i tempi della narrazione.

RZA non è ancora RZA, ma Bobby; Rusty è il singolare istrione del gruppo ma è ancora lontano dal divenire Ol’ Dirty Bastard; Ghostface Killah è Dennis e Method Man è ancora noto come Shotgun, e per sbarcare il lunario lavora come custode a Liberty Island. I loro amici muoiono in conflitti a fuoco e la struttura delle loro stesse famiglie viene minacciata da detenzioni e attentati.

Bobby è il cuore della serie e il principale specchio di un senso di costrizione da parte dell’ambiente circostante che impedisce di percepire un percorso di predestinazione. La storia del collettivo che ha rivoluzionato l’hip hop viene presentata come la storia di ragazzi qualsiasi, in perfetta adesione agli stilemi dei loro amati eroi Marvel. Nelle intenzioni così come nelle parole di RZA, Wu-Tang non è solo un marchio musicale, ma una tensione tra estro e consapevolezza. La serie si concentra sull’ambiente che ha visto nascere questa tensione, ma soprattutto sulla pazienza, sulla maturazione e sulle difficoltà che hanno l’hanno resa virtuosa.

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