Sei vittorie consecutive, gruppo guidato a punteggio pieno, 18 gol fatti, appena 15 subiti, bel gioco, tante soluzioni, un po’ di sano entusiasmo che non guasta mai. L’Italia praticamente è a Euro 2020: dopo il successo in Finlandia, la partecipazione ai prossimi Europei (che in un certo senso possiamo considerare di “casa”: il match inaugurale, un girone e un quarto si giocheranno a Roma) è ipotecata. Per staccare matematicamente il pass basterà battere a ottobre in casa la Grecia o comunque non perdere tutte le prossime partite (contro Lichtenstein, Bosnia, Armenia). Roberto Mancini ha raggiunto l’obiettivo. E non era solo quello della qualificazione.

Due anni fa di questi tempi, la Nazionale nel pieno psicodramma di Gian Piero Ventura si preparava a mancare clamorosamente i Mondiali di Russia 2018. L’anno zero del calcio italiano. Mancini, che ne ha raccolto eredità e macerie, in questo senso si può dire che sia stato agevolato: era difficile, per non dire impossibile, far peggio. Bisogna aggiungere che anche il sorteggio è stato benevolo (al contrario di come lo fu per Ventura), riservandoci il classico girone-materasso, senza nemmeno una rivale competitiva e per di più con la nuova formula che qualifica praticamente chiunque agli Europei (passano le prime due). Insomma, la qualificazione era davvero alla portata. Ma non del tutto scontata: basti pensare all’esempio dell’Olanda, altra big del calcio europeo che, dopo aver mancato Euro 2016 (può capitare anche ai migliori), fece clamorosamente il bis con Russia 2018, scomparendo dal panorama internazionale per sei lunghissimi anni. C’era il rischio, o quantomeno la paura, che la brutta Italia a fine ciclo lasciata da Ventura potesse fare la stessa fine.

Mancini ha scongiurato il pericolo, ma come detto i suoi meriti vanno ben al di là della semplice qualificazione. Dopo un avvio difficile tra amichevoli e Nations League, il ct ha impresso il suo marchio a questa nuova era azzurra. Ha ricreato un gruppo solido e unito, su cui la Nazionale sa di poter contare ogni volta che il campionato si ferma. Ha dato un’identità di gioco che mancava dai tempi di Conte: 4-3-3, centrocampo dai piedi buoni, possesso palla prolungato. Soprattutto, sta facendo nascere una nuova generazione azzurra.

Il Mancio è profondo conoscitore di calcio e di calciatori. Questa è da sempre la sua qualità migliore come allenatore, che già al momento del suo ingaggio si pensava potesse essere messa a frutto in azzurro. Così è stato. Buona parte dei giocatori che hanno permesso di avviare il nuovo ciclo ed uscire dalla depressione (anche tecnica) del 2018, sono di fatto una sua “invenzione”: Zaniolo convocato senza che avesse ancora debuttato in Serie A; Barella titolare fisso prima che diventasse obiettivo di tutte le big europee; Sensi, adesso pilastro dell’Inter e della nazionale, portato in azzurro quando ancora faceva panchina al Sassuolo. Si dice che il buon ct recepisce le indicazioni del campionato ma lui in questo senso è stato ancora più bravo: ha dettato la linea alla Serie A. E ora ne raccoglie i frutti.

Le vittorie, tante, magari non particolarmente prestigiose ma comunque convincenti, sono la conseguenza e non la causa del percorso virtuoso avviato. L’Italia è tornata e la prossima estate giocherà gli Europei 2020. Con ciò, non è detto che li vinca o che vada fino in fondo: manca ancora qualcosa in attacco per essere davvero alla pari delle big, magari nel momento clou i limiti tecnico-tattici di Mancini (bravissimo a capire i giocatori, un po’ meno forse a leggere le partite e sostenere la pressione) verranno fuori come gli è successo spesso a livello di club. Ma intanto ci ha restituito la Nazionale. Solo per questo dobbiamo ringraziarlo.

Twitter: @lVendemiale

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