Martedì sera a uno spettatore che guardava distrattamente l’ennesima, noiosissima vittoria della Juventus a Cagliari, potrà esser parso di sentire in sottofondo i soliti buuu razzisti nei confronti di Moise Kean, italianissimo attaccante bianconero e anche della Nazionale, ma di colore (nato a Vercelli, i suoi genitori sono originari della Costa d’Avorio). Sembrava un altro caso di razzismo in Serie A, ma per fortuna ci ha pensato il suo compagno di squadra Leonardo Bonucci a scacciar via ogni preoccupazione: “La colpa è al 50 e 50: Kean ha sbagliato a esultare, la curva ha sbagliato”, ha detto. Più o meno la stessa opinione dell’ispettore della FederCalcio, che secondo quanto anticipato dalla Gazzetta dello Sport nel suo referto avrebbe segnalato i buuu solo come “reazione” dei tifosi alla provocazione del giocatore. Praticamente è ufficiale: in Italia ormai il razzismo è colpa di chi lo subisce.

Il calcio italiano ha un grosso problema. Anzi, due: essere razzista e non volerlo nemmeno riconoscere. Ha questa fastidiosa tendenza a voler minimizzare a tutti i costi il fenomeno. Lo ha fatto Bonucci, ma non solo: lo ha seguito in parte Allegri (“Erano pochi imbecilli”), lo ha ribadito il presidente del Cagliari Giulini (“Troppi moralismi”, quello non è razzismo”). Bisogna sempre trovare una scusa, un alibi diverso: l’esultanza eccessiva, come quella di Kean, una protesta plateale, come successe lo scorso dicembre con Koulibaly durante Inter-Napoli, un carattere scontroso, come accadeva ai tempi di Balotelli. Quasi che ammettere il problema creasse un danno al grande spettacolo del calcio italiano (che spettacolo, poi…). Semmai è esattamente il contrario: parlare apertamente, condannare fermamente senza se e senza ma sarebbe senz’altro più utile, oltre che dignitoso.

Per carità, non bisogna nemmeno scivolare nell’eccesso opposto, confondere lo sfottò con la discriminazione, la rivalità col razzismo. Fischiare, in maniera anche insistente o offensiva, un calciatore di colore all’interno del contesto da stadio può essere comprensibile. Purché però ciò avvenga in quanto avversario, non in quanto straniero. Non è questo il caso: gli inconfondibili buuu si riservano solo ai “neri”, il tifoso che in favore di telecamera mima il gesto dell’organo è indiscutibilmente razzista. E come tale andrebbe trattato.

Bonucci ha usato parole infelici e se le è rimangiate subito: “Ho parlato alla fine della partita e mi sono espresso in modo evidentemente troppo sbrigativo: condanno ogni forma di razzismo e discriminazione, certi atteggiamenti sono sempre ingiustificabili”. Il suo autogol, però, rischia di diventare il simbolo di un sistema che contro il razzismo non fa quasi nulla, se non dichiarazioni retoriche e provvedimenti di facciata. Su questo ha ragione Allegri: “Gli incivili devono essere individuati con le telecamere e non fatti più entrare”.

Sarebbe possibile farlo. Nell’estate del 2017 è stato firmato un protocollo d’intesa tra Figc, Coni, Lega calcio e ministero dell’Interno che permette ai club di intervenire direttamente nei confronti dei tifosi all’interno dello stadio. C’è chi lo chiama “Codice Etico”, chi “Codice di Condotta”, chi più dettagliatamente “Codice di regolamentazione della cessione dei titoli di accesso alle manifestazioni calcistiche”: la sostanza è che le società possono sospendere o revocare il gradimento ai supporter che si comportano male. Uno strumento ambiguo, molto criticato da legali e ultras perché arbitrario. Ma che se utilizzato in modo corretto potrebbe risolvere almeno parzialmente il problema.

Peccato, però, che questo codice non venga quasi mai utilizzato. Sul sito ufficiale del Cagliari non risulta nemmeno. Eppure utilizzare telecamere e steward per isolare i razzisti, quando sono davvero pochi, aiuterebbe molto il calcio italiano. Sarebbe più semplice e magari anche più efficace che chiudere le curve a intermittenza (provvedimento che colpisce anche le squadre e i tifosi per bene). Ma ancor più comodo è far finta di nulla, magari dando la colpa alla vittima.

Twitter: @lVendemiale

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