In Tunisia. Ecco dove sono finiti tutti i Sì, i Ciao, i Bravo e i motorini Peugeot con partenza a pedale: qui, dove esiste ancora la miscela. Una lunga vacanza con la mia famiglia e la nostra auto dal porto di Genova fino a Tunisi, per respirare, in estate, la primavera araba. Un Paese in movimento, fiero dei diritti e delle libertà che si è conquistato: mai immutabili, si espandono e contraggono un po’ ogni giorno, come ovunque. Bikini o burkini, la priorità è che una donna si senta libera di andare in spiaggia e fare il bagno. Da lì si parte.

Mirto ed eucalipto come in Sardegna, infinite distese di grano come in Sicilia, il bianco e blu delle case greche, ulivi ovunque, come in Puglia, fino all’inizio del Sahara. Poi la sabbia e il miracolo delle oasi con i datteri. Qui c’è la città berbera di Tataouine, a cui si è ispirato George Lucas con il pianeta Tatooine di Guerre Stellari, girato in queste case troglodite sottoterra. Tanta plastica, dappertutto. I bar che sopravvivono vendendo solo acqua, thè e caffè, ma hanno tutti il wi-fi e le tv che trasmettono la serie A. Tantissimi tunisini tifano Juve. All’intervallo il commento è affidato a Spillo Altobelli. Ammetto di aver esultato al 3 a 3 del Napoli. Lì mi hanno guardato male e un tunisino col polsino della Juve mi ha catechizzato in francese: “Ma non capisci che se non ci fosse la Juve qua tutti guarderebbero solo calcio inglese?”. Vero patriota della serie A.

Ho imparato che tre imperatori romani (il primo fu Settimio Severo) erano africani. Ma africani veri, mica come Obama. Tante le targhe italiane, ma alla guida hanno volti tunisini: vivono e lavorano da noi e tornano a casa, con le famiglie, per le vacanze. Nella mia famiglia c’è una grande tradizione ingegneristica: costruiamo piste di biglie. Paraboliche, alte, come neppure al Papeete. Sono più divertenti delle moto d’acqua, ma per farle bisogna stare ore con i figli e provare a trasmettere loro la passione. Non è questione di tempo, ma di voglia e di priorità.

In spiaggia siamo diventati popolari, e tra i bambini che venivano a giocare con noi c’era sempre qualcuno con l’accento emiliano, piemontese, veneto o abruzzese. Ci aiutavano a spiegare le regole ai bimbi del luogo, come veri mediatori culturali. Una volta, mentre giocavano a biglie, uno dei miei figli ha chiesto a Sara se fosse arrivata in Italia con un gommone: “Sono nata al sant’Anna di Torino”, risponde lei.

La Tunisia ha una media di 2,2 bambini per ogni donna in età fertile. Un numero perfetto. Garantisce al Paese di non invecchiare troppo, come l’Italia, ma anche di non esplodere, come tanti altri Stati africani: se la popolazione di un Paese cresce più della sua ricchezza sono tutti più poveri. Abbiamo visitato da soli due fantastici siti di rovine romane, Dougga e Bulla Regia: non mi era mai capitato. A Bulla Regia i romani hanno assimilato le tecniche uniche al mondo dei berberi, tirando su ville a due piani di cui il primo sottoterra, con canali per far passare luce e aria e cisterne per l’acqua. Ci hanno ricordato l’ingegno dell’uomo e la bellezza di Matera. I bambini fino a 12 anni entrano gratis ovunque: dal museo del Bardo, dove una grande lapide ricorda i morti italiani dell’attentato del 2015, all’anfiteatro romano di El Jem, dove Russell Crowe ha impersonato Massimo Decimo Meridio ne Il Gladiatore.

Di sera, in macchina, a metterci in pari con la crisi di governo sul sito di Radio Radicale. Sulle montagne dell’Atlante abbiamo ascoltato Conte maltrattare Salvini in Senato; a Kairouan, quarta città santa dell’Islam, Emma Bonino ricordare al nuovo governo che dovrà sì fare, ma anche disfare. Per il resto vacanza senza telefono né Internet: lo consiglio vivamente. In mezzo al nulla sono finito fuori strada per evitare un camion, bucando due ruote insieme. Cambiata la prima, mi mancava la seconda: si è attivata una catena di solidarietà e ospitalità che mi ha accompagnato dal gommista più improbabile della mia vita.

Dalla punta di Cap Bon abbiamo visto Pantelleria a 70 chilometri. Una guardia forestale ci spiegava che i barchini da qua sono sempre partiti e arrivati, in silenzio, a Lampedusa. Pochi e da sempre, a differenza della Libia. Carichi soprattutto di tunisini. “Ora un po’ meno – dice – che qui l’economia va un po’ meglio, mentre da voi va peggio di prima. Votre economie mal”. Molti poi sono tornati in patria, con un po’ di soldi e un mestiere imparato. Hanno aperto piccole imprese e creano lavoro, aiutano a far crescere il Paese e a ridurre le partenze.

Nella casa di La Marsa, alle porte di Tunisi, il polipo ce lo ha venduto Yassin, un anziano pescatore che per 20 anni ha fatto il dj a Milano. Non tornerà in Italia, ma, dice, Milano gli manca da morire. Inizia a mancare anche a noi ed è ora di tornare. Da politico, da consigliere regionale che ha cercato in quest’anno di mettere tutto ciò che sa fare al servizio della comunità (lavorando molte più ore di quando facevo il medico ospedaliero), questa vacanza con la famiglia ritengo di essermela meritata e goduta.

Spero in un governo che non riduca il numero dei parlamentari ma mandi in Europa i nostri migliori talenti, a negoziare le modifiche al regolamento di Dublino con ferma educazione. E che cambi la Bossi-Fini, non solo i decreti sicurezza. Spero che i quattro parlamentari eletti con +Europa appoggeranno questo governo. In Tunisia la canzone italiana più popolare è ancora quella di Toto Cutugno che parla degli italiani veri. Buongiorno, Italia che non si spaventa.

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