Ramy Shaath, cittadino egiziano di origini palestinesi, figlio di un dirigente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, è in carcere dal 5 luglio nella struttura penitenziaria di Tora, a sud del Cairo, per la grottesca accusa di “assistenza a un gruppo terrorista nel raggiungimento dei suoi obiettivi”. Prima di comparire di fronte a un giudice è stato “desaparecido” per 36 ore.

Il 27 agosto la detenzione è stata prorogata di altri 15 giorni e potrà esserlo ancora per un totale di 150 giorni.

L’inchiesta che coinvolge Shaath, conosciuta come “Piano Speranza”, riguarda attualmente oltre 100 persone e si basa sull’ipotesi che vi sia stato un complotto di attivisti della società civile in collaborazione con la Fratellanza musulmana per danneggiare lo Stato. Peraltro, nei primi interrogatori, a Shaath non è stata fatta alcuna domanda specifica sulla sua presunta adesione al “complotto“.

Ma chi è realmente Ramy Shaath? Davvero è un “finanziatore di terroristi“?

Intanto è un attivista laico e di sinistra, lontano anni luce dall’islamismo politico. Ha co-fondato il partito al-Dostour (“La Costituzione”), di orientamento liberale. Nel 2012, a seguito delle sue attività politiche, il ministero dell’Interno egiziano ha rifiutato di rinnovargli il passaporto. La causa, tra sentenze favorevoli e contrarie, è tuttora in corso.

Soprattutto Ramy Shaath è, dal 2015, il coordinatore egiziano della campagna BDS, “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni”. Messa fuorilegge da Israele sin dal 2011, la campagna è stata oggetto di azioni legali o di vera e propria criminalizzazione in diversi paesi europei, tra cui Francia, Spagna e Germania.

Da allora, Shaath ha preso parte a conferenze e iniziative per promuovere la campagna e ha rilasciato interviste in cui ha espresso forte opposizione ai piani statunitensi di risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Da ultimo, ha criticato la decisione del governo egiziano di partecipare al vertice di Manama del 25-26 giugno. Dieci giorni dopo, è stato arrestato.

Dal 21 agosto, quando la sua famiglia ha preso pubblicamente posizione contro l’arresto, Shaath è sottoposto a una campagna diffamatoria a mezzo stampa, secondo la quale non è egiziano (sebbene ci viva dal 1977!) e ha rubato fondi palestinesi per finanziare la Fratellanza musulmana e compiere atti di violenza contro la polizia e le forze armate.

Il trattamento subito dalla moglie di Shaath, la cittadina francese Céline Lebrun, è stato oltraggioso.

Arrestata insieme al marito, non ha potuto avvalersi dell’assistenza consolare ed è stata espulsa illegalmente dall’Egitto, nonostante vi risiedesse dal marzo 2012. Le sono stati concessi 10 minuti di tempo per fare i bagagli, è stata portata alla stazione di polizia di Qasr el-Nil e poi di corsa all’aeroporto internazionale del Cairo. Lì ha dovuto prendere, a sue spese, un biglietto per Parigi ed è stata piantonata per sette ore fino al momento dell’imbarco.

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