In un mondo in cui i supereroi sono a tutti gli effetti delle celebrità, nonché dei brand ambitissimi da multinazionali senza scrupoli, succede che i loro vasti e terribili poteri vengano usati a discrezione delle loro personalità volatili e capricciose. Quando questi individui decidono di interferire con le vite delle persone qualunque, così come con gli equilibri tra le potenze internazionali, quali sono le contromisure a cui il resto dell’umanità consapevole può ricorrere?

È questa la domanda che si pone The Boys, la serie di Amazon Prime tratta dal fumetto di Garth Ennis (autore anche di The Preacher e di importanti cicli narrativi di Ghost Rider e The Punisher) e Darick Robertson, pubblicato da Dynamite Enternainment dal 2006 al 2010.

Quel fumetto era una gigantesca e violenta parodia del genere supereroistico, e ne decostruiva i canoni con toni spregiudicati e spesso grotteschi, mentre l’operazione svolta da Eric Kripke (Supernatural) riadatta le trame di quella serie a un’America attuale, decisamente trumpiana nel modo in cui dipinge il rapporto tra potere, masse e propaganda. Il risultato è una serie violenta ma intelligente, brillante nelle intuizioni, che asciuga il soggetto originale delle fin troppe caricature dei supereroi originali, per concentrarsi su una metafora iperbolica degli Stati Uniti odierni, e quindi sul conflitto tra i Seven (parodia della Justice League) e, appunto, i The Boys, un’armata Brancaleone di persone la cui vita è stata distrutta o compromessa da individui con superpoteri.

La storia si apre proprio con le vicende di Hugh Campbell (Jack Quaid), la cui ragazza rimane brutalmente uccisa in un impatto con A-Train, l’uomo più veloce del mondo nonché membro dei Seven. Viene quindi avvicinato da Billy Butcher (Karl Urban), un individuo cinico e violento che ha diversi legami con forze speciali e una missione: distruggere il principale gruppo di supereroi americano, che tuttavia vive il suo momento di massima popolarità. Hugh si unisce a Butcher ma ha parecchie ritrosie, poiché è mosso da una forte etica interna e cerca di fare la cosa giusta, mentre i metodi della sua squadra sono tutt’altro che ortodossi o eroici.

Dall’altro lato della barricata ci viene offerta la prospettiva di Starlight (Erin Moriarty), supereroina ingenua e idealista che è appena stata promossa tra i Seven, e che presto scoprirà cosa significa farne parte, tra molestie sessuali da parte dei suoi compagni e scoperte inquietanti sul modo in cui la sua famiglia le ha fatto ottenere i suoi poteri, al fine di renderla una celebrità. Il villain della storia è uno dei meglio riusciti del genere: l’Homelander portato in scena da Anthony Starr è fonte di minaccia e di angoscia costante per lo spettatore, e rappresenta in pratica tutto ciò che Superman sarebbe stato se avesse avuto la personalità egoista, ipocrita, violenta e desiderosa di attenzioni di un eroe da copertina molto simile a quello che l’America di Donald Trump sembra incarnare.

In una società anaffettiva, affamata di affermazione personale, i Seven sono persone altrettanto fragili e inquiete, proprio come gli esseri umani di cui segretamente disprezzano l’esistenza ordinaria, ma è il loro potere a trasformare le loro nevrosi in una minaccia costante per chi questo potere non lo ha.

Tutte le modifiche che Eric Kripke ha effettuato sul soggetto originale sono innovazioni brillanti, dal rapporto edipico tra Homelander e l’agenzia che ne gestisce immagine e operazioni alla caratterizzazione di comprimari quali Frenchie, nel fumetto una sorta di insieme di stereotipi sugli europei e in particolari sui francesi, e nella serie reso una cassa di risonanza sull’Europa attuale, multiculturale, complessa e controversa.

Altro notevole elemento di distanza tra serie e fumetto sta nel fatto che nel secondo i protagonisti si servono di una droga chiamata Compound V per garantirsi temporaneamente i poteri sufficienti a combattere ad armi pari contro i supereroi, mentre nella serie Butcher e i suoi non ne fanno uso, anzi si servono delle dipendenza che i loro avversari hanno nei confronti di questa sostanza per smascherarne fragilità, ipocrisie e debolezze.

Anche questo dettaglio rende The Boys una caratterizzazione esagerata di un discorso foucaultiano sul potere, in cui i saperi del corpo vengono snaturati e le scienze della popolazione vengono narcotizzate, con risultati imprevedibili nella quotidianità degli effetti sociali prodotti, tra cui un conflitto permanente tra dominatore e dominato, in cui le istituzioni non sono altro che uno sfondo opaco.

La prima stagione, che consigliamo di recuperare a chi non l’ha già vista, si conclude con un immancabile quanto affascinante cliffhanger, perciò le speranze di chi vi scrive sono che le stagioni successive riescano a mantenere altrettanta originalità e consistenza.

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