Nell’ultimo post abbiamo sviscerato le devastazioni ambientali causate dalla multinazionale Vale e le sue consociate che, con il crollo delle dighe lungo il territorio amazzonico di Minas Gerais, hanno provocato centinaia di vittime, inquinamento permanente e annientamento di specie rare – oltre alla distruzione delle fonti di acqua potabile – nei villaggi circostanti e nelle riserve indigene.

Integrare per condizionare

Il percorso ambientale va di pari passo con l’usurpazione costante durante la storia brasiliana dei diritti degli indios e il suo perpetrarsi con Jair Bolsonaro è il nodo cruciale che riguarda os povos indigenas, i quali attendono gli eventi già condizionati dalle promesse che l’attuale presidente ha fatto in campagna elettorale alle compagnie minerarie. Di norma sono le tribù locali a subire le sopraffazioni più umilianti, come nel caso della diga Belo Monte sul fiume Xingu nello stato di Pará, con rimozioni forzate di decine di migliaia d’indigeni a fronte di compensazioni risibili.

Gli indios sono una minoranza vista come un gingillo per i turisti di Rio e São Paulo e l’ambiente in cui vivono un parco giochi per i medesimi. La chiave della questione è difatti nel rifiuto presidenziale alla rinnovata demarcazione delle riserve, e quindi alla violazione degli accordi garantiti dalla Costituzione brasiliana nel 1988. I latifondisti che detengono le coltivazioni intensive di soia e canna da zucchero per la produzione di biocarburanti mirano a estendere i loro possedimenti all’interno dei territori indigeni.

Tuttavia tale prospettiva, in conformità al percorso politically correct tracciato dagli advisors del presidente, potrebbe ammorbidirsi inglobando le etnie nel processo di sviluppo invocato da Bolsonaro, facendo così assumere gli indios dalle stesse imprese minerarie e agricole. Questi verrebbero perciò meno ai loro princìpi, rinunciando al controllo della propria terra in cambio di un lavoro e di royalties sull’estrazione. Una strategia similare – adeguata ai tempi moderni – a quella che utilizzavano i conquistadores antichi, abbagliando i povos con vesti e cianfrusaglie in cambio dei loro inestimabili beni.

Ipocrisia scandinava

E intanto la foresta amazzonica brucia, minacciando metropoli quali São Paulo. C’è discordanza sulle cifre: secondo la stampa internazionale 77mila roghi dall’inizio dell’anno, che però comprenderebbero anche gli stati confinanti di Bolivia e Paraguay. Le tribù accusano l’agro-business di voler fare, letteralmente parlando, “terra bruciata” per favorire le proprie piantagioni, mentre Bolsonaro ha annunciato tolleranza zero verso i crimini ambientali; la cancellazione degli accordi sui dazi doganali da parte Ue minacciata da Emmanuel Macron sarebbe una macchia intollerabile sul suo curriculum.

Germania e Norvegia hanno già tagliato le sovvenzioni annuali all’Amazon Fund, a causa del siluramento del direttore Inpe (l’ente spaziale che monitorizza lo stato della foresta amazzonica) per aver diffuso i dati relativi alla deforestazione più recente: a febbraio sono stati rasi al suolo 465 ettari in Mato Grosso. Secondo Inpe, l’incremento di tagli e incendi in giugno ha registrato un’accelerazione pari all’85%, mentre in luglio sarebbe addirittura triplicato.

La Norvegia è il contribuente europeo maggiore, con circa 182 milioni di real annui: 1,2 miliardi di dollari dal 2008. La reazione del presidente è stata viscerale, invitando Angela Merkel a utilizzare quei soldi per la riforestazione tedesca, e la Norvegia a occuparsi dei massacri delle balene perpetrati dallo stato scandinavo in Polo Nord. Meglio avrebbe fatto a menzionare le contaminazioni ambientali che la multinazionale norvegese Norsk Hydro, focalizzata sulla produzione di alluminio – di cui il governo scandinavo è comproprietario al 44% – continuerebbe a compiere lungo il Brasile.

L’ultima, riscontrata sempre nello stato di Pará, è forse la più letale: un condotto abusivo nel cuore del manto amazzone, che versa scarti tossici di bauxite (la materia prima per produrre alluminio) nel Rio Muripi, inquinando l’acqua potabile della comunità di Barcarena. Secondo il rapporto 2018 dell’attivista Maria do Socorro Silva, la vasca di decantazione dei residui tossici è stata costruita abusivamente in un’area protetta, e gli sversamenti nei fiumi circostanti sarebbero causati anche dalle piogge che fanno debordare il contenuto. Le analisi hanno rilevato livelli di solfato, cloruro e piombo fuori norma, e alluminio 30 volte superiore alla media consentita. Due defenders dei diritti calpestati sono stati uccisi, e questo delitto porta a 57 il totale degli attivisti assassinati in Brasile. Il governatore ha chiesto ai norvegesi i canonici 250 milioni di dollari come risarcimento, mentre la Corte ha imposto una riduzione del 50% sulla produzione di alluminio.

Perciò non è azzardato ipotizzare che il taglio dei contributi al fondo amazzone da parte della Norvegia sia una ritorsione in vista di sanzioni pecuniarie più severe, soprattutto alla luce delle ammende miliardarie inflitte alla Vale dopo la tragedia di Brumadinho. Riguardo alla deforestazione, Bolsonaro non si è inventato nulla: lo scempio dell’Amazzonia brasileira è in atto da sempre, sotto ogni governo di cosiddetta destra o sinistra che sia salito al potere. Durante il primo mandato di Dilma Rousseff, furono applicati dei tagli radicali ai finanziamenti che supportavano le misure di prevenzione del disboscamento: 1,77 miliardi di R$ contro i 6,36 del secondo mandato di Lula. Il governo di allora motivò tale riduzione con il tasso della deforestazione, calato, secondo l’Inpe, da 25.396 km quadrati del 2004 ai 6.418 del 2012. Vero o no, ora la situazione è di nuovo fuori controllo.

Conclusioni

L’attivista Maria do Socorro è una quilombo, cioè una discendente degli schiavi africani che si ribellarono fondando una comunità autonoma. Perciò, agli occhi del brasileiro medio, una paria come gli indios, anzi peggio, considerando che i missionari cattolici di un tempo riconoscevano a costoro un’anima, negandola invece ai negros. Sta di fatto che la sua battaglia è stata pressoché ignorata dai grandi media, che giudicano le balene maggiormente degne di attenzione a confronto con gli excluídos di sempre.

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© Flavio Bacchetta photo copyright
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