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“Il protagonista di una puntata di Storie Maledette nel corso dell’intervista, fece un salto e tentò di aggredirmi mettendomi le mani al collo. Voleva strozzarmi”. Elegante camicia bianca, brioso gilet patchwork, avvolta da faldoni di atti processuali, Franca Leosini dal suo ufficio romano vista Castel Sant’Angelo racconta la sua vita, la sua carriera e 17 anni di Storie Maledette nell’ultimo numero di FQMillennium. Come quel giorno in cui mentre registrava la puntata intitolata Aprite quella tomba venne aggredita dal protagonista intervistato. “Gli feci una domanda scomoda e lui non la sopportò. Mi saltò proprio addosso. Io rimasi impassibile. Purtroppo il regista di allora, sbagliando, staccò e invece avrebbe dovuto continuare a registrare”.

Boom di ascolti, selfie al supermercato, le “leosiners” che sono diventate un fenomeno social superpop, Leosini si gode con raffinata consapevolezza il sorprendente trionfo costruito nel tempo. “Questa è la lettera che mi ha inviato un prete”, spiega Franca muovendosi rapida tra le sue due scrivanie. Poi apre la busta dove il religioso ha inserito una sua foto con una richiesta da fare: la vorrebbe indietro autografata con dedica. Franca sorride soddisfatta. “Quanto è trasversale il pubblico che mi segue?”. Diciassette edizioni di Storie maledette, la prima puntata andò in onda il 18 settembre 1994, ora siamo a quota 88, e la diciottesima edizione già pronta per il 2020. “Ogni parola di ciò che leggo in trasmissione l’ho scritta io”, e ci mostra i suoi storici “quadernoni” pieni di indicazioni, pause e accenti, da recitare come fosse un testo teatrale. “Ho vinto anche il premio Hemingway assieme a Emannuel Carrère – spiega orgogliosa – Il suo L’avversario è Storie Maledette, solo che io ho cominciato nel ’94 e lui il romanzo l’ha scritto nel 2000. Gli ho detto: se qualcuno qui ha copiato quello sei tu”.

Gli hai chiesto di poter intervistare Jean-Claude Romand (protagonista del romanzo e vero assassino reo confesso di cinque suoi familiari nel 1993, ndr)?
No, perché attraverso amicizie francesi ero già arrivata a Romand. Ora scontata la pena passerà tre anni in un convento come fosse ai domiciliari e poi ha un vincolo di silenzio per altri dieci anni. Lo aspetterò comunque dietro l’angolo.

Tra i tuoi tanti fan ti scrivono anche sacerdoti: Franca Leosini è credente?
Si.

Cattolica praticante?
Con misura. Preferisco andare in Chiesa di sera al tramonto quando non c’è nessuno. Sai, la Bohème di Puccini (canta intonatissima, ndr): “Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signore”. Per pregare mi piace che non ci sia nessuno attorno a me.

Cara Franca Leosini, “veniamo ai fatti”: come ti sei inventata “Storie maledette”? Come è nata la tua trasmissione?
Nasce dalla mia esperienza lavorativa a Telefono giallo su Rai3 sul finire degli anni Ottanta. Prima lavoravo per la carta stampata a L’Espresso e negli anni Ottanta facevo la terza pagina a Il Tempo. Un giorno il direttore, Gianni Letta, mi mandò a Napoli per seguire il processo per l’omicidio di una bella donna dell’alta società napoletana, Anna Grimaldi. A quei tempi si seguiva meno la cronaca nera. Dell’omicidio Grimaldi, moglie di un importante armatore, fu accusata una collega de Il Mattino, Elena Massa. Seguii la vicenda non da cronista ma da commentatrice. In quel periodo era iniziato in tv Telefono giallo e io ho grande stima per Augias, ma Corrado non era l’autore del programma. Infatti sui titoli di testa c’era scritto: “Augias “risponde” a Telefono giallo… da un’inchiesta di, ad esempio, Franca Leosini” Mi chiamarono perché i consulenti della trasmissione avevano letto i miei articoli considerandoli i migliori. Così scrissi per loro l’inchiesta sulla Grimaldi da cui venne tratta la puntata e andai in video con Corrado. Dalla mia bocca non sentirai mai dire la parola “successo”, ma il mio lavoro ebbe un grande riscontro. Il direttore di rete, Angelo Guglielmi, mi chiamò dicendomi: “Resta cu mme, nun me lassà” (canta, sempre molto intonata, ndr).

Chi inventò il titolo del programma?
Io, perché a me interessava molto la figura della persona accusata giustamente o ingiustamente del delitto. Andai da Guglielmi quando avevo già in mente il titolo e lui mi disse: mi piace, vediamo che ci metti dentro. Ebbene, alla fine ci ho messo dentro ventiquattro anni di Storie maledette.

Fonti d’ispirazione?
Letterarie sempre. Sono una grande lettrice, ma non del giallo in particolare. Chiaro, il noir mi interessa, ma come forma di scrittura. Non ho mai comprato un libro perché era un giallo, ma perché era scritto dal dato autore. Sono sempre stata una grande lettrice di Leonardo Sciascia, per esempio, che non era un giallista, ma si serviva della scrittura di genere.

Facciamo un altro passo indietro nel tempo: Franca Leosini adolescente cosa voleva fare da grande?
A scuola matematica per me è stata sempre un’opinione e me la “regalavano”. In italiano però avevo dieci. I professori intelligenti sapevano che comunque i conti della spesa non li avrei fatti, poi tanto sono arrivate le calcolatrici. Mi sono laureata in lettere e ho sempre pensato che avrei lavorato nel campo del giornalismo. Del resto i miei genitori non mi hanno mai ostacolato. Proibirmi qualcosa avrebbe voluto dire indurmi a farla.

Com’è cambiata la tv che racconta la cronaca nera dall’epoca di “Telefono giallo” ad oggi?
Non è cambiata in meglio. Premetto due cose: dietro a ogni caso giudiziario c’è una grande tragedia e mi rendo conto che nel noir scorrono le più grandi passioni della vita. Ciò che però apprezzo di meno è il consumo che si fa della cronaca nera. Te la ritrovi ovunque, a tutte le ore del giorno. Se accendi la tv, su tutte le emittenti, compresa la Rai, dalla mattina alla sera, trattano, ad esempio, la vicenda di Marco Vannini. Prendiamo questa come sineddoche. Se ne parla ad ogni ora e lo si fa in modo inesatto. D’altronde io che ho il vantaggio di leggere gli atti processuali, diecimila pagine solo sul delitto di Avetrana, tanto da studiarlo nei particolari e farne una grande struttura narrativa che viene riconosciuta come tale, riesco a essere precisa. Chi invece tutti i giorni deve portare la merce sulla bancarella magari dice anche tante inesattezze. Io lavoro in verticale, la cronaca in orizzontale. Chi fa cronaca deve adagiarsi, abbozzare. E negli ultimi anni se ne fa un consumo smodato che mi convince pochissimo.

Sul numero 26 di FQMILLENNIUM in edicola l’intervista completa in cui Franca Leosini ricorda l’incontro e i rapporti personali con i killer Fabio Savi, Angelo Izzo (che ancora le scrive lettere), e Pino Pelosi (grazie al quale riaprì il caso Pasolini); ma anche i dubbi sul “libero convincimento dei giudici”, il click mentale che porta persone comuni ad uccidere, la donna per cui provò per un attimo pietà prima di sentirsi da lei tradita…

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