“Basta col Capitano“, la parodia del tubetto di dentifricio con tanto di effigie del capo che circola sui social in questi giorni non è forse un caso che coincida con il periodo della massima abbuffata mediatica del leader della Lega. Le tabelle di luglio sul pluralismo politico, da poco sul sito dell’Agcom, documentano un film già visto, ma non per questo tranquillizzante. Non sempre l’autorità monitora e rende pubblici i dati sui vari politici nei telegiornali e nei programmi informativi: l’ultima volta era accaduto (tranne che nello stretto periodo
preelettorale di maggio) a febbraio. Un lavoro che in realtà andrebbe svolto tutti mesi per poter correggere e sanzionare le “impar” condicio che si nascondono a volte anche dentro un apparente pluralità di rappresentazioni (ad esempio lo spazio parcellizzato degli interventi di vari esponenti di un partito, anche se in totale è uguale a quello di un altro partito, ha evidentemente diversa valenza se in quest’ultimo parla sempre lo stesso leader).

Orbene da febbraio il quadro, già grave, è peggiorato. Matteo Salvini, che all’inizio dell’anno la faceva già da padrone in tandem con Silvio Berlusconi, a luglio esonda in tutti i “tiggì”, in particolare in quelli targati Mediaset: se dunque a febbraio aveva parlato nelle principali edizioni dei sette telegiornali delle reti generaliste per 114 minuti, a luglio parla per 227 minuti, surclassando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (146) e Luigi Di Maio (93). Però se in Rai passa da 56 a 70 minuti, il balzo più grosso lo fa, attenzione, a Mediaset, dove passa da 52 a 160 minuti , triplicando la performance di febbraio ed oscurando non solo tutti gli altri, naturalmente, ma addirittura lo stesso editore di riferimento della potente impresa multimediale, quel Berlusconi che a febbraio aveva come al solito primeggiato oltre ogni proporzione sulle sue reti con oltre cento minuti (a questi numeri vanno aggiunti quelli del TgLa7 dove raddoppia e da solo si prende quasi un quarto del tempo di parola concesso agli altri).

Allora Mediaset, è la notizia, abbandona l’ex Cavaliere per Salvini? A dire dai numeri sembrerebbe proprio di sì, segno che la crisi di Forza Italia prima ancora che dentro la politica, nasce dentro il cuore stesso di quell’impero mediale divenuto partito oltre vent’anni fa. O forse è un disinvolto, fisiologico adattamento della specie dell’uomo Mediaset, non nuovo del resto a queste darwiniane evoluzioni anche al tempo di Matteo Renzi (basta consultare le tabelle Agcom che vanno dal 2014 al 2016), quando riservava al leader di Rignano spazi e tempi inediti per un politico di sinistra e più, in generale. Berlusconi, che comunque per il resto è scomparso dall’agenda mediatica (nell’informazione pubblica a luglio raccoglie un tempo di parola di poco più di sette minuti, a febbraio aveva goduto di oltre il triplo), svanisce dall’agenda di Mediaset, proprio nel momento più acuto della crisi della sua creatura. A trattarlo peggio è il Tg4, un dì guidato da Emilio Fede e cuore pulsante del più fiero berlusconismo catodico, che ora porge il microfono a Salvini per 97 minuti e solo per 24 minuti lo offre a lui. Bene, anzi male.

Detto ciò s’impongono due considerazioni importanti: primo, c’è qualcuno che ha voglia di farsi carico di questo squilibrio della rappresentazione politica nelle principali agenzie di informazione del paese quali continuano ad essere i telegiornali pubblici e privati. C’è qualcuno insomma – ci riferiamo ai partiti o a quel che resta di essi, alle parti sociali, ma anche agli intellettuali da prima pagina di una volta così come agli influencer social di oggi– che abbia a cuore la denuncia forte delle faziosità dei media ingaggiando una conseguente battaglia culturale e politica?che, come si faceva una volta, abbia messo in piedi una task force o anche un semplice gruppo di lavoro, che abbia come compito quello di denunciare in tempo le faziosità dei media? Se c’è, batta un colpo prima che sia tardi.

Secondo, questa sovra-esposizione del capo della Lega che sta raggiungendo vertici di assoluta straordinarietà, complice un sistema politico e informativo del tutto subalterno e prono alla sua strumentale agenda, l’abbiamo già vista con Renzi e sappiamo com’è finita: i media ultraveloci della contemporaneità fanno la fortuna delle ascese rapide ed immediate, ma possono anche essere il mezzo di altrettante improvvise e subitanee discese. Come affermava il filosofo Paul Virilio un bel libro della metà degli anni 90, “L’arte del motore”, la velocità è nemica della durata, ma succederà anche stavolta?

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