All’alba del 22 luglio le forze israeliane hanno avviato la demolizione di decine di abitazioni a Sur Baher, un sobborgo di Gerusalemme Est, nei Territori palestinesi occupati.

Nessuna novità, purtroppo, se non l’accelerazione della politica israeliana di sgomberare sistematicamente con la forza i palestinesi nei Territori occupati.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), negli ultimi 10 anni Israele ha demolito oltre 1100 strutture abitative a Gerusalemme Est, allontanando oltre 2000 persone e procurando conseguenze sulla vita di oltre 6000 persone. Solo tra il 2 gennaio e il 17 luglio 2019 le strutture demolite sono state 126, le persone allontanate 203 e quelle che hanno subito conseguenze 1036.

Anche nel caso di Sur Baher, Israele ha tentato di giustificare le demolizioni con motivi di sicurezza, sostenendo che le abitazioni erano troppo vicine alla barriera di separazione e che gli accordi di Oslo conferiscono a Israele il diritto di reagire alle minacce alla sua sicurezza. Secondo il diritto internazionale, è invece la parte della barriera che entra nei Territori occupati che dovrebbe essere demolita.

La realtà è che da decenni le autorità israeliane adottano misure arbitrarie e sproporzionate in nome della sicurezza per espandere il loro controllo sulle terre palestinesi ed espellere gli abitanti da quelle aree che considerano di interesse strategico. In questo modo hanno sfollato con la forza intere comunità e distrutto illegalmente decine di migliaia di alloggi.

Varrebbe la pena sottolineare che il trasferimento forzato di civili residenti in territori occupati viola la Quarta Convenzione di Ginevra e, ai sensi dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale, costituisce un crimine di guerra.

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