Non mi farò truccare per fare Aida, sarà la prima volta in 106 anni in cui il volto di Aida non sarà dipinto di nero: è una cosa sbagliata e non voglio continuare a farla”. Il soprano Tamara Wilson protesta contro l’opera di Giuseppe Verdipoliticamente scorretta” perché prevede che la protagonista, Aida, sia nera. E pazienza se parliamo di una schiava etiope in Egitto. O se l’allestimento in questione, in programma quest’estate all’Arena di Verona, sia quello storico del 1913. Il soprano statunitense ha incrociato le braccia in sala trucco: sul palco con il volto pitturato di nero non ci salgo, ha annunciato a mezzo social, “è blackface ed è sbagliato”.

L’opera, composta da Verdi nel 1870, deve il nome alla principessa Aida, figlia del Re d’Etiopia portata in Egitto come prigioniera di guerra. Mentre suo padre organizza una spedizione per liberarla, lei si innamora – ricambiata – del guerriero egiziano Radames. Senza fare spoiler, non finisce granché bene. Aida è l’opera simbolo dell’Arena di Verona: l’allestimento in scena ora, con la regia di Gianfranco de Bosio, è ispirata a quello del 1913 di Ettore Fagiuoli. In mancanza di cantanti di colore, da sempre le cantanti sono artificialmente scurite al trucco, ma al soprano l’idea di tingersi la faccia di nero sembra profondamente sbagliata. Lo ha spiegato via Instagram, prima con un video in cui annuncia che non si farà truccare prima di entrare in scena “per la prima volta in 106 anni” e poi in una serie di post dove racconta la vicenda nei dettagli: “Il make up artist continuava a chiedermi dove fosse il problema e io dicevo che è una cosa orribile, che non avremmo dovuto farlo. Mi diceva di non essere ridicola, che è una cosa normale, e io ho detto che normale non significa giusto”.

La cantante continua poi dicendo che per le prime due recite sul palco si sentiva in modo “terribile” tanto da chiamare il manager e di decidere di dare un aut aut all’Arena: o sul palco senza il volto nero, o l’Aida senza di lei. “Non voglio insultare la tradizione operistica italiana” continua il soprano nel post “ma non voglio nemmeno essere un’ipocrita, né far parte di un meccanismo di razzismo istituzionalizzato”. A onor del vero, anche alla recita del 24 luglio è apparsa comunque con il volto scurito, ma meno del solito: “Ho vinto una battaglia, ma perso la guerra”. Resta da vedere come andrà alla recita di domenica: se la spunterà il soprano politicamente corretto o il sovraintendente Cecilia Gasdia, anche lei ex stella dell’opera.

Il blackface contro cui si scaglia la Wilson è una pratica nata negli Stati Uniti nell’Ottocento, e consiste in attori bianchi che interpretavano in modo caricaturale gli schiavi liberati – con la pelle nerissima, le labbra gonfie e rosse e ossicini nei capelli – contribuendo a rafforzare gli stereotipi razzisti sugli afroamericani: ignoranti, superstiziosi e pigri. Le cose sono progressivamente cambiate sulla spinta dei movimenti per i diritti civili, e ora, soprattutto negli Stati Uniti, l’attenzione sul tema è altissima: hanno ricevuto accuse di blackface anche Gucci (per dei cappucci neri con grosse labbra rosse) a Vogue, per aver fotografato una Gigi Hadid molto “abbronzata” (copyright di un ex presidente del consiglio). La questione per la Wilson è che nel mondo dell’opera c’è troppa poca diversità, e che si auspica di vedere più persone di colore lavorare in teatro.

Non è la prima volta che il politicamente corretto entra a gamba tesa nell’opera lirica: l’ultimo caso, che ha fatto molto scalpore, è stata la Carmen che non muore nel finale per protestare contro i femminicidi. Sul web, c’è chi ha applaudito la scelta della Wilson e chi ha fatto notare che un conto è la rivisitazione contemporanea, un conto l’allestimento storico: cosa sarebbe successo a parti inverse, se un regista avesse imposto un cast bianco in un’opera ambientata in Africa?

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