Un “malcontento che rischia di diventare rabbia” e una “distanza ormai siderale” fra la Lega dei lombardo-veneti e quella dei “palazzi del potere” di Roma. La riforma sull’Autonomia è a tutti gli effetti un problema politico, non solo per i (fragili) equilibri del Governo gialloverde, ma anche per il Carroccio stesso. Perché gli autonomisti non risparmiano critiche al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e all’alleato di governo pentastellato, ma arrivano anche a minacciare la fin qui incontestata leadership di Matteo Salvini. Se ormai quello rigenerato dall’attuale leader è un partito nazionale che fa man bassa di voti al centro-sud, infatti, lo zoccolo duro resta il nord conquistato negli anni con le istanze prima secessioniste e poi federaliste di Umberto Bossi e Roberto Maroni. Gli stessi temi che nel 2017 hanno portato un terzo dei cittadini lombardi – circa 3 milioni di persone – a votare il referendum in favore della riforma che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte ha trovato sulla sua scrivania in pratica già dal suo primo giorno di lavoro. Un testo, come noto, depotenziato dall’alleato pentastellato, in un’azione, come dichiarato dal premier nella sua lettera al Corriere, “condivisa con tutti i ministri“, dunque anche con la ministra leghista Erika Stefani.

Così, mentre i governatori Attilio Fontana e Luca Zaia se la prendono con il M5S, alzando i toni e parlando di “cialtronate, c’è chi non risparmia critiche ai suoi. “Io non assolvo nessuno, tanto più i leghisti che si sono prestati a questo scempio”, dice a IlFattoQuotidiano.it Gianni Fava, che è stato responsabile del Referendum Autonomia della Regione Lombardia e uno degli ultimi maroniani presenti della direzione nazionale del Carroccio. Fava ha scritto una lettera di risposta a Conte in cui dice, fra le altre cose, che “il suo Governo non ha svolto alcun lavoro istruttorio, ha solo cercato di distruggere la volontà popolare di milioni di cittadini del nord” e che “bastava portare quel testo in aula in parlamento per la semplice ratifica e ci saremmo risparmiati 18 mesi di inutile pantomima”. “Oggi c’è una distanza siderale – aggiunge – affievolita dai brillanti risultati elettorali di Salvini, ma il malcontento è palpabile e in alcuni casi rischia di diventare rabbia. Fin qui abbiamo sempre dato la colpa ai 5 Stelle, ma se si dovesse prefigurare una responsabilità della Lega su questa vicenda, io credo che possano esserci scossoni importanti a livello locale”. Insomma, “se fosse vero quello che dice Conte, che il percorso è stato condiviso con il Carroccio, sarebbe gravissimo, sarebbe davvero una pantomima“.

L’attenzione da un lato è sulla tenuta del Governo, dall’altra è sulle elezioni regionali in Emilia Romagna, in programma per il mese di novembre. Una regione storicamente rossa su cui la Lega ambisce concretamente a mettere le mani. A Bologna, però, si sono gettati animo e corpo nella partita autonomista e, seppur con toni differenti, anche il presidente Stefano Bonaccini, in quota Pd, si è accodato alle istanze dei colleghi Fontana e Zaia. “Stiamo rischiando seriamente di fare un favore a Bonaccini. Qui ci perdiamo le elezioni“, incalza Fava, secondo cui “questa ossessione di prendere voti al sud ci sta facendo perdere il contatto con la base su un tema storico”. Una situazione “che non porterà probabilmente a una scissione ma che rischia di creare danni a livello di consenso e partecipazione“.

Il premier Conte, nella sua lettera, parla di “compatibilità costituzionale”, mentre gli esponenti del M5S nei giorni scorsi hanno evidenziato come la proposta di riforma “rischia di lasciare indietro il sud”. “Non posso tollerare – ha concluso Fava – che sia la Campania, con il suo dissesto, a decidere qual è il livello di autonomia che può avere la Lombardia. Sarebbe un precedente tale da rendere ancora più iniquo il rapporto con lo Stato“. E sulla costituzionalità: “Non c’è alcun dubbio, il consiglio regionale ha approvato il testo all’unanimità. Si sta andando contro la volontà popolare“. Almeno quella di chi ha votato il referendum, ovvero i lombardi. I quali, secondo l’esponente leghista, “sono gli unici, per il principio della virtuosità, che possono parlare“.

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