La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Nicola Morra ha pubblicato (dando così avvio a un programma molto ampio di desegretazione) la registrazione e la trascrizione di due audizioni di Paolo Borsellino, rispettivamente del 1984 e del 1989.

Nella prima, Borsellino parla come componente del pool antimafia del tribunale di Palermo (di cui faceva parte anche Giovanni Falcone) impegnato nel primo maxiprocesso. Ne vien fuori un quadro che quelli della mia generazione non affetti da amnesia dovrebbero conoscere bene (i giovani invece ne sanno poco o nulla, forse perché non hanno ancora avuto modo di informarsi). Vale a dire che Borsellino – come Falcone – è sì un grande eroe, un mito: ma solo dopo morto; in vita ha trovato invece molto duro, nel senso che ha dovuto affrontare una serie di ostacoli al suo lavoro da non credere, se non fossero proprio veri.

Il pool stava percorrendo una strada che avrebbe portato alla dissoluzione della favola dell’invincibilità della mafia. Ma invece di essere sostenuti, i magistrati – rivela Borsellino – erano lasciati sostanzialmente soli e senza mezzi adeguati. Nessun computer funzionante, personale ausiliario del tutto insufficiente, risorse per gli straordinari manco a parlarne. E poi la sicurezza di chi rischiava ogni giorno la pelle ridotta vergognosamente a bagatella da trattare senza un minimo di rispetto e di efficienza, ma con spreco di impudenza ai limiti del dileggio. Tipo una sola auto al mattino per trasportare quattro giudici insieme e la sera niente per nessuno; una presa in giro su cui Borsellino prova persino a scherzare, con quanta amarezza è facile da capire: se si pensa che aveva bene in mente i recenti omicidi di Cesare Terranova, Gaetano Costa e del capo del pool, Rocco Chinnici.

La riprova di un’altra verità troppo spesso occultata. Oltre che sulla sua forza, la mafia può contare su robusti contributi esterni: rimozioni, sottovalutazioni, connivenze e coperture dei tanti personaggi della “zona grigia” che sono al servizio del malaffare e della criminalità. Magari rifiutando (come accade ancora oggi) di collocare la mafia ai primi posti dell’agenda politica, delegando tutto a forze dell’ordine e magistratura.

La seconda audizione ci rivela come Borsellino abbia avuto vita dura anche dopo la nomina a Procuratore capo di Marsala. Pure in questo caso un racconto che si può classificare sotto la voce “banalità dell’inefficienza quotidiana”, o funzionalità di tale inefficienza rispetto alla tutela degli sporchi interessi di qualcuno. E sono sicuro che se mai fosse stato informato di tale audizione e non fuorviato da un oscuro bollettino del Csm callidamente fattogli pervenire, il grande Leonardo Sciascia non avrebbe scritto il famoso (o famigerato) articolo del Corriere della Sera intitolato in redazione Professionisti dell’antimafia. Dove Borsellino veniva descritto come uno spregiudicato sfruttatore di processi di mafia per scavalcare indebitamente i colleghi più anziani che ne erano digiuni. Di nuovo: eroe da morto, ma ben altro (carrierista!) da vivo.

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