Il maggior numero di operazioni finanziarie sospette riguardanti il nord Italia “può essere indicativo di una mafia liquida che investe in questa parte del paese in maniera occulta, utilizzando per i propri scopi criminali delle teste di legno. Una mafia latente che potrebbe, in prospettiva, manifestarsi con caratteri più evidenti”. È quanto emerge dall’ultima relazione della Dia, riferita al secondo semestre 2018. Sempre più spesso – si legge nel documento – si individuano soggetti esterni alle organizzazioni criminali, professionisti che “prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari del gruppi criminali”. La Dia li definisce “facilitatori”, “artisti del riciclaggio“, capaci di gestire transazioni internazionali da località offshore, offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari. Queste nuove modalità d’intervento consentono ai mafiosi di radicarsi nelle altre regioni italiane e nel mondo, “legando i propri interessi con quelli della realtà economica locale“.

Le regioni del Nord primeggiano per la quantità di operazioni sospette, con il 46,3%. Al Sud la percentuale è del 33,8% e al Centro del 18,7%. Secondo il documento, “il maggior numero di operazioni finanziarie sospette di ‘interesse istituzionale’, emerse con riferimento alle regioni del Nord, può essere indicativo di una mafia liquida che investe in questa parte del Paese in maniera occulta, utilizzando per i propri scopi criminali delle teste di legno. Una mafia latente che potrebbe, in prospettiva, manifestarsi con caratteri più evidenti“.

Secondo la relazione della Dia, la ‘ndrangheta resta un’organizzazione “fortemente strutturata su base territoriale, ancorata ai tradizionali vincoli familiari e articolata su più livelli” con una “spiccata vocazione imprenditoriale” favorita dalle “ingenti risorse economiche” ottenute ‘investendo in diversi settori: droga e appalti pubblici, estorsioni e giochi e scommesse. Gli investigatori antimafia sottolineano come la ‘ndrangheta sia ormai presente stabilmente in quasi tutto il mondo, con locali anche in diversi paesi d’Europa e negli Stati Uniti, in Canada, sud America e Australia. Sebbene ridimensionata e pur mantenendo un basso profilo in linea con la politica di “mimetizzazione” avviata già da qualche anno, ‘cosa nostra resta “pervasiva e dotata di dinamismo e potenzialità offensiva” che esercita sia mantenendo il controllo del territorio sia infiltrandosi negli ambienti imprenditoriali e finanziari in Italia e all’estero, “per riciclare capitali, accaparrarsi appalti, catalizzare sovvenzioni pubbliche e indirizzare scelte industriali”. La criminalità organizzata siciliana, dice la Dia “si fa impresa” in Italia e all’estero.

Quella delle organizzazioni camorristiche è una realtà più complessa e variegata di quella delle altre organizzazioni. Nelle stesse zone infatti, accanto a gruppi minori che gestiscono le attività illecite nel proprio territorio (per lo più spaccio ed estorsioni) vi sono le storiche organizzazioni “sempre più proiettate ad estendere il loro raggio d’azione in altre regioni e all’estero”. Il “sistema camorra” dice la Dia, è dunque un insieme di sottosistemi molto diversi tra loro, dove convivono organizzazioni vere e proprie, gruppi di gangsterismo urbano e bande di giovani delinquenti.

Nella relazione c’è anche un capitolo che riguarda la mafia nigeriana che ha una rete “in costante contatto con la madre Patria, che è necessario monitorare” per “prevenire eventuali contaminazioni da parte di espressioni estremiste filo-islamiche presenti anche in Nigeria, dove Boko Haram continua a diffondersi”. Massima attenzione va rivolta agli istituti penitenziari, per evitare che si alimentino percorsi di radicalizzazione”. L’organizzazione criminale tribale “in Sicilia ha trovato un proprio spazio, anche con il sostanziale placet di Cosa Nostra”.

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