Ancora una volta l’Invalsi ha fotografato il nostro sistema d’istruzione, facendo una radiografia della situazione che non lascia spazio a molte interpretazioni. Nel corso dell’itinerario scolastico, i risultati in italiano e in matematica dal grado 2 al grado 13 (dalla seconda elementare alla quinta superiore) e in inglese dal grado 5 al grado 13 (dalla quinta elementare alla quinta superiore) calano progressivamente dal Nord al Sud.

Nella scuola primaria le differenze tra le macro-aree sono piccole e in generale non significative statisticamente. In terza media, invece, i punteggi medi delle macro-aree tendono a divergere significativamente tra loro, tendenza che si consolida ulteriormente nella scuola superiore, riproducendo il quadro che emerge anche dall’indagine internazionale Pisa (Programme for International Student Assessment), dove il Nord ottiene risultati superiori sia alla media italiana che alla media Ocse; il Centro ha un risultato in linea con la media dell’Italia, più bassa della media Ocse; e il Sud e le isole hanno risultati inferiori sia alla media italiana che alla media Ocse.

Nulla di nuovo sotto il sole. Da oltre un decennio l’Istituto nazionale di valutazione ci consegna questa fotografia. L’Invalsi si ferma lì. Il suo compito s’arresta alla raccolta dati. I sintomi della malattia della scuola italiana li conosciamo da anni. Manca la diagnosi e manca la cura.

La diagnosi è ben fatta da Save The Children: “I divari territoriali che colpiscono i minori sono intollerabili ed è gravissimo che già dalle scuole primarie si consolidino le diseguaglianze che bloccano sul nascere la possibilità, per i più piccoli, di far fiorire i propri talenti e le proprie capacità. Purtroppo la rete dei servizi socio-educativi, ad oggi, fa ancora troppo poco per colmare queste distanze, anzi le accentua, visto che nelle zone del Paese dove la povertà educativa è più forte mancano i servizi per la prima infanzia, il tempo pieno a scuola e altre opportunità di crescita indispensabili per il futuro dei bambini e degli adolescenti. È dunque fondamentale che il contrasto alla povertà educativa sia posto in cima alla lista delle priorità del governo se non vogliamo che nel nostro Paese il futuro delle nuove generazioni venga cancellato”.

Manca la cura. A chi tocca? Ho più volte insistito con i vertici dell’Invalsi perché loro stessi provino nel report annuale a indicare una cura, ma ogni volta mi è stato risposto che non fa parte della loro mission. Lo stesso Luigi Gallo, presidente della Commissione cultura della Camera, a commento dei risultati Invalsi ha detto: “Le valutazioni da sole non bastano se non si attiva un processo di miglioramento. Da 20 anni si mappano i guasti, senza però lavorare alle soluzioni. È necessario investire più risorse per sviluppare dei processi di miglioramento, per esempio rafforzando l’azione di Istituti di ricerca come Indire, a cui va dato un ruolo cardine nella formazione e nella promozione concreta di processi di miglioramento della scuola”.

Non resta che pensare che alla cura ci debba pensare il ministero dell’Istruzione. Fino ad oggi nessuno ha mai invertito la tendenza. Fatte le prove Invalsi, preso atto dei risultati, non si è visto alcun investimento. Non ci resta che sperare che il malato non sia già terminale e vi sia ancora tempo per mettere in atto una terapia.

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