Svolta? Certamente. Destinata al successo? Forse. Potenzialmente pericolosa? Sì. L’ingresso di un peso massimo del web nel mondo delle valute digitali era solo questione di tempo. Sono anni che Amazon, Apple, Facebook e Google “flirtano” con il mondo della finanza. Licenze bancarie (Facebook in Irlanda), accordi con grandi banche per carte di credito dedicate (Amazon prime), sistemi di trasferimento dei soldi (Apple e Facebook). Sinora la Silicon Valley ha mordicchiato la City e Manhattan, assaggiandone il gusto che, a quanto pare, è piaciuto. Ispirato dal sacro principio di strategia aziendale “piatto ricco mi ci ficco”, il gruppo di Mark Zuckerberg prova ora, per primo, a mangiarsi una bella fetta della torta.

Che cosa è Libra – Della valuta digitale che Facebook intende lanciare 2020 con il nome “Libra” si sa in ancora abbastanza poco quanto a caratteristiche tecniche. Sarà ancorata ad un paniere di valute “pregiate” reali, quindi non avrà gli sbalzi di valore che hanno pregiudicato l’affermazione di valute vere e proprie delle monete digitali già in circolazione. Si sa che a “gestire” la nuova moneta sarà un consorzio, di 27 o forse più, soggetti tra cui Paypal, Uber, eBay, Visa e Mastercard. Altri aspetti tecnici sono invece piuttosto fumosi. Facebook afferma che i pagamenti in “Libra” avverranno attraverso una blockchain. È l’architettura tecnologica che sostiene gli scambi di bitcoin, assicurando la sicurezza e l’affidabilità delle transazioni, anche in assenza di un soggetto terzo (es una banca) che faccia da garante. Si tratta di una rete totalmente decentrata a cui, semplificando, partecipano i computer che fanno parte del network e che, registrando tutti i movimenti di ogni singolo bitcoin, approvano, o negano, lo scambio.

“Buone possibilità di successo” – Nel caso di Libra i “soci” del consorzio dovrebbero però avere un qualche ruolo di supervisione del sistema di pagamenti. Quindi sembra una specie di soluzione ibrida tra un sistema monetario gestito da un’autorità centrale, in questo caso privata, e la rivoluzione introdotta dalle criptovalute. Questo non significa necessariamente avere un’influenza sulla moneta, spiega Nicola Borri, docente di finanza all’università Luiss. “Come per il bitcoin, e le altre valute digitali, fa notare Borri, la diffusione e il conio potrebbero essere regolati da un algoritmo, azzerando gli spazi di intervento esterno. Possiamo paragonare questo algoritmo alle corde che tengono legato Ulisse all’albero della nave durante il passaggio in prossimità delle sirene. Facebook e soci potranno ascoltare il seducente canto delle leve di politica monetaria, ma non avranno la possibilità di manovrarle”. “Ritengo, ragiona il professore della Luiss, che vista la forza dei promotori, ci siano buone probabilità che il progetto abbia successo”.

La posizione dominante di Facebook – Rispetto alle monete virtuali, o a sistemi di trasferimento di denaro per via digitale, già esistenti (ad esempio WeChat, diffusissima in Cina) la vera forza di Libra è la possibilità di appoggiarsi al gigantesco network di utenti della galassia Facebook che oggi superano i due miliardi. Sfruttare in modo troppo smaccato questo elemento, esporrebbe però il consorzio agli attacchi delle autorità antitrust. Utilizzare una posizione dominante in un comparto per ottenerne il dominio in un altro, è il classico comportamento oggetto di possibili sanzioni. Semplicità (“Con la stessa facilità con cui si scambiano foto ci si potrà scambiare denaro, ha affermato Mark Zuckerberg), costi di transazione irrisori, sicurezza dei pagamenti e stabilità del valore della moneta sono gli altri elementi che dovrebbero contribuire alla diffusione di Libra.

Ci sono però anche potenti forze contrarie. La prima sono i possibili concorrenti. Qualche osservatore ha fatto notare che va benissimo evidenziare il peso dei nomi che partecipano al progetto ma è altrettanto importante prendere atto di chi invece non ne fa parte: Google, Amazon, Apple e tutte le banche del mondo. La legge che solitamente domina la giungla di internet è semplice e crudele “winners take all”, chi vince prende tutto. Non è affatto da escludere che presto o tardi anche gli altri big propongano una loro moneta. A quel punto si scatenerebbe uno scontro tra titani per imporre la “valuta virtuale globale”. Ammesso che le banche centrali non decidano di fermare la gara.

La strategia dei regolatori – Finora i regolatori hanno chiuso un occhio di fronte al proliferare e al diffondersi delle valute digitali. Il motivo è semplice. Nessuna è riuscita ad affermarsi come reale alternativa alle monete tradizionali. Nel momento in cui dovesse accadere è naturale attendersi un intervento molto più deciso da parte di banche centrali e autorità di vigilanza. Poche ore dopo il lancio di “libra”, il governatore della Bank of England Mark Carney ha affermato di avere una “mente aperta” riguardo a questa iniziativa, ma ha aggiunto che non verrà fatto nessuno sconto al consorzio in termini di requisiti da soddisfare e garanzie da fornire. Un avviso è arrivato anche dal Fondo monetario internazionale che, in uno studio pubblicato in questi giorni, spiega: “Le valute digitali non pongono al momento grandi sfide a quelle tradizionali. Ma se il loro uso cresce in modo sostanziale e i loro legami con il sistema finanziario aumentano allora potrebbero rappresentare una minaccia alla stabilità finanziaria globale”.

Due docce fredde per Facebook e soci che speravano in un approccio morbido da parte dei regolatori. “Anche se – avverte Nicola Borri – porre un argine ad un affermato sistema di valute digitali non è facile neppure per una banca centrale. La Cina offre un buon esempio. Strumenti digitali di pagamenti e trasferimento di denaro sono molto diffuse e sono state massicciamente utilizzati anche per spostare denaro all’estero. Quando le autorità di Pechino hanno deciso di bloccare questo espatrio di denaro, i flussi dalla Cina si sono effettivamente azzerati. In realtà si è trattato però di un’illusione, poiché queste operazioni si sono semplicemente spostate nei paesi limitrofi. Per essere efficaci gli interventi dei regolatori devono quindi essere concertati a livello internazionale e su larga scala”. Le banche centrali hanno anche un altro asso nella manica che potrebbero giocare. Potrebbero infatti creare a loro volta una valuta digitale. A quel punto la scelta sarebbe tra una moneta virtuale gestita da privati e una gestita da un ente pubblico.

Presentando Libra, Facebook ha dichiarato di rivolgersi, in primo luogo, a quel miliardo e 700 milioni di adulti che non hanno un conto bancario e non hanno quindi la possibilità di accedere a tutti i servizi offerti dalla finanza tradizionale. Gran parte di queste persone risiede in paesi emergenti che, spesso, hanno valute nazionali piuttosto deboli e instabili. In alcuni di questi paesi è pratica abituale, far stampare moneta alle banche centrali per finanziare spese del governo, generando ondate inflazionistiche che finiscono facilmente fuori controllo. L’esistenza di una moneta alternativa a cui i cittadini potrebbero ricorrere per difendere le proprie ricchezze, causerebbe un esodo di denaro dai circuiti tradizionali, causando seri problemi al sistema monetario locale.

L’ultimo aspetto da tenere in considerazione riguarda la stessa Facebook. Il gruppo non ha dato prova di grande rispetto per la privacy dei suoi utenti. Anzi, le informazioni sono state usate a fini commerciali senza troppi riguardi. Avere una qualche forma di sorveglianza sulle transazioni in Libra metterebbe a disposizione del consorzio un’immensa mole di informazioni estremamente sensibili a fini commerciali. La fiducia è alla base di qualsiasi sistema monetario, su questo il consorzio avrà probabilmente molto da lavorare.

Twitter @maurodelcorno

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

×

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Deutsche Bank, taglio di 18mila posti di lavoro e bad bank: ecco il maxi-piano di ristrutturazione

prev
Articolo Successivo

L’ex ministro Angelino Alfano a capo del primo gruppo della sanità privata italiana

next