Angelino Alfano si ritrova a capo del gruppo San Donato, la holding della sanità che comprende l’ospedale San Raffaele. L’ex ministro dell’Interno, degli Esteri e della Giustizia, quindi, diventa il presidente del primo attore della sanità privata italiana dopo essere tornato per quasi un anno a svolgere attività legale.

Il gruppo ha spiegato che il rinnovo delle cariche ha l’obiettivo di “far entrare nella governance aziendale figure altamente qualificate per le sfide future”. La holding gestisce 19 ospedali, assiste ogni anni 4,7 milioni di malati e ha chiuso il 2018 con un fatturato di 1,65 miliardi circa. L’ex ministro ed ex delfino di Silvio Berlusconi prende il posto di Paolo Rotelli, nipote del fondatore del gruppo e figlio di Luigi Rotelli, che lascia la guida per diventare vicepresidente insieme al manager svizzero-tunisino Kamel Ghribi: “Dopo la scomparsa di mio padre – ha dichiarato Rotelli – mi sono sentito in dovere di prendere le redini del gruppo per dare un segnale forte di continuità e unità, ma oggi per continuare a crescere è essenziale affiancare competenze diverse dalle nostre”.

E tra le figure è stato scelto Alfano, che aveva scelto di non candidarsi alle elezioni politiche del 2018 affermando che avrebbe dimostrato “che si può fare politica anche fuori dal palazzo”. Tracce poche, prima della nomina. Del resto, l’ex ministro nei palazzi ci è entrato presto. Deputato regionale in Sicilia con Forza Italia dal 1996, ad appena 26 anni, Alfano è titolare di uno scranno a Montecitorio dal 2001. Per tre anni è stato ministro della Giustizia con Silvio Berlusconi – dal 2008 al 2011 – poi ha recitato il ruolo di “leader senza quid” del Pdl incarnando una delle facce delle larghe intese dopo le Politiche del 2013. Da lì in poi è stato ministro in perpetuo: agli Interni con Enrico Letta e Matteo Renzi, agli Esteri con Paolo Gentiloni.

Cinque anni di dicasteri costellati dalla nascita del suo partito personale, il Nuovo Centrodestra (poi diventato Ap), ma anche da una serie di scandali. Da quello collegato all’espulsione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, che gli era costata una prima mozione di sfiducia respinta dal Senato nel luglio del 2013, fino al business dell’accoglienza, con i centri spesso affidati a personaggi vicini al Ncd e il fido sottosegretario Giuseppe Castiglione finito sotto inchiesta per la gestione del Cara di Mineo.