C’era una sala da tè russa a Roma, vicino al ghetto, 20 anni fa, non so nemmeno se ancora esiste, che sulla porta d’ingresso mostrava un avvertimento serio e orgoglioso: “Qui si possono ascoltare i dischi della famosa pianista russa Maria Yudina”. E tra tè profumati e gustosi bliny si captavano le note di autori tedeschi e russi suonati da quella assai originale interprete.

La benemerita etichetta Scribendum ha ristampato introvabili dischi Melodyia in un corposo box di 26 cd, comprendente una buona parte delle incisioni reperibili di questa pianista straordinaria, donna battagliera e outsider sotto ogni rispetto. Nata nel 1899, la carriera della Yudina fu contrastata dalla sua appartenenza all’avanguardia in un paese in cui era fieramente condannata: fu ritenuta una pecora nera dal regime sovietico per tutta la vita, tanto che non fu mai autorizzata a lasciare il Paese: la sua unica tournée all’estero si tenne in Polonia con una puntata nella Ddr. Fu confinata ad insegnare all’Istituto Gnessin pianoforte e canto, ma aveva un enorme seguito di pubblico perché ascoltarla dal vivo pare fosse sempre un’esperienza.

Svjatoslav Richter ricordò che usciva dai suoi concerti con il mal di testa per la tensione. Fiera avversaria delle censure del regime, volle nei suoi ultimi concerti negli anni Sessanta, come solidarietà verso il proscritto Pasternak, recitarne delle poesie. Profondamente religiosa fu sbeffeggiata da Shostakovich per i suoi atteggiamenti da mistica. Intellettuale meditativa e agguerrita, tenne corrispondenza con tutti i più influenti compositori a lei contemporanei, si prodigò eseguendo autori ignorati o proscritti in Urss: da Stravinskij (che durante la visita di riconciliazione dell’illustre compositore in Unione Sovietica nel 1962 volle riceverlo in scarpe da tennis, per sottolineare in che modo viveva l’avanguardia in Russia) a Krenek, da Bartok a Hindemith, fino a Jolivet e Shaporin.

Il cofanetto si apre con dei corposi dischi bachiani: Variazioni Golberg soprattutto, una buona scelta dal Clavicembalo ben temperato e altri vari pezzi. Il suo Bach ha il sapore aspro di chi aveva una perfetta intelligenza del testo, ma ancora non era stato attratto dalle malie dell’esecuzione storicamente avvertita. Tuttavia le Goldberg rappresentano un momento altissimo. Versione integralissima di tutti i ritornelli, la Yudina riesce a farne un monumento di vitale baldanza e di lirico abbandono, anche se il tono rimane sostenuto ed epicheggiante per quasi tutto il disco, niente scivolamenti simbolisti nelle variazioni più intimiste: sono delle Goldberg quasi rivedute con gli occhiali del cubofuturismo, spigolose e vigorose.

Del suo Beethoven presente con diverse sonate e variazioni sono assolutamente da ascoltare le Variazioni Diabelli e l’Hammerklavier, vertici acuminatissimi di talento interpretativo. Le ultime quattro variazioni delle Diabelli e la grande fuga della sonata op. 106 dovrebbero figurare in qualunque florilegio del buon interprete pianistico. Sorprendenti le due esecuzioni dell’ultima sonata di Schubert che anticipano, nella enorme dilatazione dei tempi, specie nel primo movimento, le desolate esecuzioni di Richter: che ne sia stato influenzato?

Ma la parte certamente più succulenta del confanetto sono le puntate sul Novecento. Stravinskij molto presente ed eseguito splendidamente, una Seconda Sonata di Shostakovich di riferimento; ma soprattutto darei rilevanza alla esecuzione inarrivabile della Seconda Sonata di Krenek. Sonata che rappresenta di suo un incubo berghiano, con striature di ritmi che sanno già di jazz, fino all’ebbrezza del finale, quasi toccatistico. Ebbene la Yudina segue lo sfrenamento dionisiaco del testo con uno slancio e una sonorità lancinanti.

Non mancano i russi nell’enorme repertorio della pianista, da segnalare ovviamente Mussorgskij i cui Quadri d’un’esposizione sono di assoluto riferimento, pur nello sterminato panorama delle incisioni di questo celebre polittico. L’esecuzione della Yudina si distingue per chiarezza dei dettagli e per alcune caratterizzazioni (come per esempio in Bydlo) che trovano la risonanza dell’anima russa più profonda, eredità del contatto con il folklore musicale vissuto direttamente dalla musicista.

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