Nella ricorrenza del ventennale della scomparsa di Mario Soldati è fondamentale collocare questa poliedrica figura tra i grandi della letteratura italiana. Ancora oggi, infatti, la sua personalità sembra aver conquistato con fatica il posto d’onore che, invece, merita. Eppure la produzione editoriale è stata così vasta e così varia da affascinare intere generazioni, spaziando dalla terra al cielo, passando per mari, colline e monti. E ancora vicoli, rioni, sestieri, piazze e vigneti come terrazze sull’infinito. Un paesaggista dell’animo che, anche nei suoi scritti, appare celato dietro ad una cinepresa per scorgere il dettaglio, lo sfondo e il sottofondo. Un compagno di viaggio straordinario che, al momento giusto, ti consiglia un buon vino e con il bicchiere in mano inizia a discorrere, dipingendo, della vita che passa, del tempo che resta, del senso dell’agire umano.

Dai paradossi alla realtà tutto si estende verso una continua ricerca, come la sua movimentata esistenza spesa in varie parti del mondo: partenza da Torino e arrivo a Tellaro. Dal Piemonte alla Liguria e in mezzo, come direbbe Paolo Conte, tutto il traffico di innumerevoli occasioni creative e avventurose; è stato perfino eroico, salvando nel marzo 1922 un suo coetaneo, nipote del Cardinale di Torino, che stava annegando nel Po. Dalla città al buen retiro: un passato ancora presente. Si direbbe la rivincita della provincia, quale microcosmo perfetto di un “piccolo mondo antico”; temperamento da viaggiatore instancabile per viaggi e altri viaggi, per dirla con Antonio Tabucchi, pieni di raccolti e di metafore. Di luoghi sublimati da un cinema sensibile agli aspetti “locali” con un fascino vintage, o più propriamente prezioso come la memoria da custodire. Il passato non solo come una parte della storia, ma l’essenza stessa del ricordo e di un bagaglio da portare con sé per affrontare il viaggio della vita.

Tornare alle origini sottolinea poi un legame speciale e ancora poco approfondito: quello tra Mario Soldati e Marcel Proust che trova una delle pagine più luminose nello scritto Fuga nella mia città, in apertura dello splendido volume La messa dei villeggianti. Qui Soldati, per certi versi in “disaccordo” con l’autore della Recherche, torna nella sua Torino in maniera molto discreta, sperando di non essere riconosciuto. Vuole guardare la città, la sua gente, i suoi colori, il suo silenzio, avendo la possibilità di osservare e annotare. La sua scrittura è immediatamente cinematografica. Si anima la “lanterna magica” tanto cara allo scrittore francese, ma questa volta ad animarla sono delle luci reali, sono i gesti consueti e sono le cose che prendono forma. Ci sono i locali di una volta, le trattorie al chiaro di luna, il vino che segue l’impegno di uomini di buona volontà e di vigne accarezzate dal sole che rischiara le viti e le vite.

Dalla tesi di laurea sul Boccaccino a quell’impronta artistica che si ritrova nei “ritratti” realizzati con sapienza e intelligenza, emerge chiaramente da tutta la sua produzione “artistica” la capacità di Soldati di dipingere con la scrittura; egli, infatti, ci ha fatto conoscere geografie non solo di luoghi e persone, ma soprattutto il nascosto e l’individuale, con raffinata eleganza narrativa e con una forza creativa di straordinaria dignità letteraria.

“A Cremona […] passavo le giornate nella Cattedrale, ore e ore supino su una panca, con un gran cannocchiale da marina che mi aveva regalato mio zio. Mi portavo dietro, oltre il cannocchiale, un album e facevo dei disegnini copiando gli affreschi, e scrivendo su tutte le figure, su tutti i particolari, tochetìn per tochetìn, delle note con i nomi dei colori”. Il fuoco dell’arte pittorica ha sempre accompagnato Soldati come nel suo “incontro” con Giorgione, scoperto in quel di Castelfranco e a noi trasmesso nelle mirabili pagine de Lo specchio inclinato. Ironia e malinconia sempre presenti e fuse come in un abbraccio alla vista di persone o semplici rimandi a ricordi, immaginando scene vissute o da vivere da un finestrino di un treno o scostando una tenda dalla finestra di case familiari o di alberghi che sembrano abitazioni.

“Bisogna, quando si viaggia (quando si viaggia? quando si vive!), avere sempre uno scopo ben preciso e limitato. Altrimenti, anche i più meravigliosi spettacoli della natura, anche le supreme bellezze dell’arte, insomma tutto ciò che capita sotto il nostro sguardo rischia di sembrare opaco: poiché rifletterà soltanto la povera luce del nostro disinteresse, e scorrerà, così, sulla nostra memoria senza lasciarvi traccia”.

Solo questo “passaggio” sublima la valenza letteraria di Mario Soldati, la cui identità si è immediatamente rivelata quale autorevole camminatore nei sentieri più alti della letteratura internazionale anche per la sua capacità di parlare correttamente due lingue – inglese e francese – che gli consentivano di apprezzare più direttamente il messaggio dei più grandi. In questo senso Soldati è stato un ritrattista straordinario e un critico militante. La sua natura sin dal suo percorso di studi è uno snodo evidente tra il mondo dell’arte e la letteratura. Egli ha saputo creare e ricreare contesti e personaggi, avendo cura, al pari dei più grandi, di volgere lo sguardo verso il cielo per comprendere il senso stesso dell’esistenza, da riprodurre poi negli scritti, che nel corso della sua vita hanno avuto la bellezza di atlanti immaginari o di aspetti per altri trascurabili.

Se in uno dei suoi migliori libri l’abilità narrativa di livello pirandelliano lascia aperto un interrogativo su chi fosse il “vero” Silvestri a vent’anni dall’ennesima partenza, dalla terra al cielo, è possibile affermare chi è il “vero” Soldati : un punto di riferimento da leggere, e soprattutto da rileggere, per trovare ancora sentieri nascosti dentro la sua ricchezza letteraria.

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