Il ministro dell’Interno della Gran Bretagna, Sajid Javid, ha firmato una richiesta di estradizione per Julian Assange, il fondatore di Wikileaks accusato negli Stati Uniti di 17 capi d’accusa per la diffusione di informazioni classificate. L’atto di Javid ha un valore puramente tecnico e preliminare: a decidere, come ha precisato lo stesso ministro, sarà il Tribunale. La prima udienza formale è prevista per il 14 giugno, ma il caso sulla richiesta di estradizione Usa è destinato a durare mesi.  Gli avvocati di Assange hanno infatti denunciato l’azione di Washington come una persecuzione e un tentativo di vendetta innescato dalla pubblicazione da parte di Wikileaks, nel 2010, di documenti riservati americani, una parte dei quali uscita dal Pentagono, che provavano crimini di guerra commessi in Iraq e Afghanistan.

La firma della richiesta di estradizione della Gran Bretagna è stata resa nota nel corso di un programma radiofonico della Bbc, in cui il ministro dell’Interno ha anche affermato che il fondatore di Wikileaks “è giustamente dietro le sbarre”. L’effetto più concreto della firma di Javid è, al momento, quello di confermare la priorità dell’istanza proveniente dagli Stati Uniti rispetto a un’ipotetica domanda di estradizione che potrebbe arrivare dalla Svezia, dopo la riapertura a Stoccolma di un’inchiesta per stupro contro l’attivista australiano. Per quanto riguarda il Paese scandinavo, però, la domanda è attualmente bloccata: il tribunale di Uppsala aveva negato un nuovo mandato di arresto, ritenendo insufficienti gli indizi d’accusa.

Ad aprile, subito dopo l’arresto di Assange all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Sajid Javid aveva già affermato che il fondatore di Wikileaks avrebbe affrontato la giustizia nel Regno Unito. Non si sa se l’attivista sarà presente all’udienza del 14 giugno: viste le precarie condizioni di salute è ricoverato nel reparto ospedaliero del carcere inglese di massima sicurezza in cui sta scontando una condanna a 50 settimane inflittagli per aver violato i termini della cauzione nel 2012, quando si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador.

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