Un furto finito male che diventa rapina, ma che sa di artistica ribellione. Non potrete che provare una certa simpatia per questi quattro studentelli universitari, ladruncoli sgangherati e tremanti di libri preziosi custoditi nella biblioteca della loro Transylvania University del Kentucky. La società borghese gli aveva promesso un posto al sole, ma non è arrivato granché. A parte una canonica istruzione fin sui 20 anni. Warren, Spencer, Eric e Chas: gli imbranati, i fessi, gli irrequieti. Ma non i cattivi. Per una volta. No, non è un rigurgito di patetico garantismo, ma l’effetto che fa American Animals di Bart Layton (nelle sale italiane grazie al distributore Teodora dal 6 giugno).

Un film che usa i codici del thriller con rapina ma che si abbandona alla descrizione tra documentario e finzione (a breve ci torniamo) di una banda improvvisata di ladri piuttosto indisciplinata. L’obiettivo è il rarissimo (e vero) The birds of America di John James Audubon, come un altro paio di copie di testi antichi tra cui L’origine della specie di Charles Darwin. Spencer (Barry Keoghan, visto in Dunkirk di Nolan) è il ragazzotto affascinato dagli splendidi disegni di uccelli che Aubudon realizzò su quel volume dalle misure esorbitanti (ci vogliono due persone per trasportare il libro). Warren (Evan Peters, un paio di X-Men alle spalle) è il compare spavaldo e apparentemente coraggioso. Il primo disegna planimetrie e piantine della biblioteca da assaltare con la biro; il secondo rapina tocchi di carne dal retro di un ristorante urlando “negli Stati Uniti buttiamo via il 40% del cibo”. Solo che per rubare gli antichi volumi sotto teca servono almeno un altro paio di compari, tra cui Chas, classico fitness man che ha già aperto start-up a 16 anni e voga (in salotto) come i fratelli Winklevoss di Social Network.

La preparazione del furto per i quattro, tanto per capire il tono della messa in scena, avviene rivedendo vecchi film di rapina come l’immensa Rapina a mano armata di Kubrick, ma anche Point Break, Rififì, Il colpo, e Le Iene sballottato come porcheriola, va detto, con ironia sottilissima, autoassegnandosi improbabili nomignoli “colorati” (Mr. Pink, Green, ecc…) e buttando lì la battuta di Eric: “è il film di Tarantino che mi piace meno”. I quattro infine si travestono da vecchietti (“è quasi come essere invisibili”) e tentennano paurosamente durante il primo tentativo, presentandosi poi in forma sparpagliata nel tentativo numero due e fallendo miseramente (spoiler: un paio di volumi li sgraffignano). Il punto semmai è che l’FBI arriva giustamente ad arrestarli dopo nemmeno un paio di giorni, spianando però armi, fucili e mitraglie come fossero di fronte a Pablo Escobar. Quando al massimo i quattro avevano usato un sgangherato taser per fermare la matura bibliotecaria chiedendole scusa venti volte. Ecco, si diceva della mescolanza documentario/finzione. Perché Layton rimescola le carte andando un gradone più in là del pur interessante Tonya che offriva la sorpresa dell’immagine originale solo a fine film.

Dentro alla ricostruzione fittizia del racconto di American Animals ci finiscono infatti anche i veri quattro ragazzi post condanna di sette anni (il film è ambientato nel 2003 quando i fatti avvennero realmente) e alcuni loro veri familiari. Tutti fronte macchina, tutti nella classica inquadratura da documentario. Tutti a raccontare di un ulteriore possibile menzogna di Warren e di come la realtà sia sempre soggettivamente alla Rashomon. Solo che stilisticamente Layton alleggerisce il gioco con vivacità e originalità arrivando davvero a fondere in unica  compatta forma visiva l’intera storia.

Complice una disinvolta capacità di filmare l’immaginazione dei ragazzi costruendo in scioltezza un piano sequenza alla Soderbergh con A Little less conversation di Elvis in sottofondo nel sogno del furto senza intoppi o una velocissima panoramica a 360 gradi alla Guy Ritchie quando i ragazzi stanno perdendo la calma dopo il furto fallito, e allo stesso tempo depositando qua e la i silenzi, gli sguardi, le mezze verità dei veri e parlanti protagonisti dal fatto di cronaca. “In qualche modo la vicenda è rivelatrice di una generazione sempre più individualistica, cresciuta sentendosi ripetere che avrebbe avuto una vita interessante e fuori dall’ordinario. Non essendosi poi imbattuti in ciò che potevano considerare un’esperienza di vita significativa, hanno deciso di crearsene una dal nulla”, ha spiegato Layton che il film l’ha anche sceneggiato. Non perdete i titoli di coda, zeppi di disegni originali di Audubon sulle note di un vero/falso musicista scoperto in tarda età come il “Sugar man” Sixto Rodriguez.

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